Ho rivisto, pubblicata nel catalogo della bella mostra milanese su “Warhol Beuys – Omaggio a Lucio Amelio”, una foto di Michele Bonuomo, alla Factory di New York, durante la seduta di posa per la realizzazione del ritratto warholiano di Lella Pica, nel gennaio del 1981. A guardarla, possiamo fare un salto nel passato. Non a New York, ma nella Napoli di Amelio e delle grandi mostre di Capodimonte, quando all’Ellisse di Salvatore Pica arrivava un Mendini osannato, non ancora autore delle variopinte e contestate costruzioni della Villa Comunale. Se oggi, sotto il suo disinvolto borsalino, Pica  rinnova i suoi entusiasmi in via Vetriera alla Pica Gallery, e vive il suo multiforme talento nella vita e negli affetti (“la mia quinta vita: tre figli e un nipotino”) è perché non ha esaurito la spinta propulsiva di quei formidabili anni ottanta, tra il prima e il dopo-terremoto, il disordinato entusiasmo delle feste dell’Accademia della Catastrofe “Erasmo da Rotterdam” in una Coroglio che non era ancora svanita nella “Bagnoli futura”. Accanto a lui si muovevano, inseparabili, i tre moschettieri, Fabrizio Mangoni, Francesco Durante e Benedetto Gravagnuolo tra irriverenza goliardica e ironia situazionista. Operatore culturale (come si diceva) tra i più intelligenti, simpatici ed accorti, Salvatore Pica ha portato il design da Milano a Napoli, ha fatto il disc jockey al Kgb ed il barista al "Pick & Paic". Alle elezioni per le primarie del nascente PD ha offerto la sua Picagallery come sede elettorale. Alla politica non è nuovo. Caldeggiò l’elezione del primo Bassolino sindaco inondando la città di volantini non autorizzati e non ortodossi con il Totò di “Votantonio”. Ma Pica è così: non chiede permessi e non chiede piaceri. Più introverso serio e severo di quanto non voglia apparire, è stato anche autore di aforismi ("La notte è dura e non ci fa paura"; “L’imprevedibilità è l’unico aspetto scientifico della modernità”; “Dove finisce la logica inizia…Napoli”; “Meglio un posto al sole che un posto fisso”) e di libri che inauguravano un nuovo concetto di antropologia culturale ("La donna napoletana divisa per quartiere"; "Il maschio napoletano diviso per mestieri"; "Notturni napoletani"). Ora è anche scopritore di talenti pittorici: rilancia con mostre e video Peppe Manigrasso, già famoso negli anni settanta e poi dimenticato e si permette il lusso di ospitare Renato Barisani, figura storica e infaticabile della ricerca artistica napoletana. La  Picagallery di via Vetriera, non è un nuovo "Centro Ellisse" poiché intorno la città è cambiata (e tra l’altro non ci sono mobili in vendita: con Ikea e tanti brico-legno in giro...) ma è un laboratorio per un nuovo modo di intendere l’arte: «è una esigenza liberatoria che si misura con l’umana capacità di concepire nuove forme del fare; è impulso a "trovare la lingua" come Rimbaud sollecita, con cui assicurare originalità linguistica e stilistica ai prodotti creati.» Come la visione del chosmos proposta dalla Summa tomista riflette una precisa concezione razionale e definita dello spazio e del tempo, allo stesso modo il mondo della Picagallery è nella visione ambigua, indeterminata e aperta della relatività einsteniana o della meccanica quantistica. Il visitatore vede così rivalutato il proprio ruolo di colui che guarda: ogni fruizione è produzione dell'opera che, essendo aperta ad infinite interpretazioni, nasce sotto nuova luce ogni volta che viene fruita; la sua personale interpretazione è un "atto di libertà cosciente", elemento costitutivo del gioco testuale.

Mario Franco

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