Pica (il suo cognome è in realtà il nome, Salvatore è un riferimento puramente anagrafico), Pica, dicevo, ha quella rara dote d’essere anglosassone, naturalmente elegante, sensibile e gentile che si ritrova a volte in alcuni napoletani, figli del popolo.
Nelle sue varie vite (commerciante di mobili di design, promotore culturale e di riviste, giornalista, organizzatore di feste notturne, animatore di un bar notturno, scrittore, artista, gallerista, ecc.), è stato sempre osservatore attento della realtà che lo ha circondato.
Quando nel suo negozio “ellittico”, come lo chiamava lui, entrava una cliente per comprare i mobili per la stanza dei bambini, lui, invece di mostrare arredi e depliant, si intratteneva per ore a parlare della famiglia in quel momento storico. Quando la cliente voleva passare all’acquisto Pica l’accompagnava alla porta con un “non ci stanchiamo, rivediamoci domani”. Uno così o lo rifiuti subito, o ti lega per sempre. E la rete delle amicizie e dei legami intessuti da Pica è estesa ed incredibilmente solida, passata indenne attraverso le vicende personali, sue e nostre.
Il nostro primo incontro non fu facile. Era il ‘68 e, da giovane studente d’architettura, andai a proporgli degli oggetti di design povero che producevo con uno studio di amici. Facevamo dei lumi con scaldabagni che raccoglievamo per strada (chissà perché allora ce n’erano tanti tra i rifiuti) e poi dei cubi di legno dentro cui si vedevano foto pubblicitarie e immagini del Vietnam; lui si difese gentilmente, dicendo che su queste cose si faceva consigliare da Lucio Amelio. E quindi, forse per fortuna di tutti, non se ne fece niente e gli scaldabagni tornarono tra i rifiuti.
Poi Pica ci ha sposato, cosi lui definiva l’arredare le nostre case con le liste di matrimonio e gli acquisti di mobili a rate, prima che molti di noi diventassero professionisti più o meno affermati e si ponessero il problema di fare arredare da Pica la casa dei figli che si sposavano, o dei secondi matrimoni in cui incorrevano. A proposito chissà dov’è finita la tripolina? Era una sedia pieghevole che sparse copiosa nei nostri soggiorni. Mah! La dovrò cercare.
La svolta vera per i nostri rapporti avvenne una sera da Ellisse, il suo negozio di Piazza Vittoria. Per quel suo irresistibile senso della contaminazione aveva deciso di affiancare ad una conferenza sul design milanese, tenuta da Mendini, un mio intervento su “Sesso e sfogliatella”. Per l’occasione fu confezionata una sfogliatella in ceramica e Mariella Barone, giovane grafica che sarebbe diventata famosa e affermata più tardi, disegnò uno scatolino e impaginò un testo delirante che avevo scritto per l’occasione. Nella sala dell’evento c’erano trenta sedie. Vennero quattrocento persone, certo richiamate dall’effetto contaminante annunciato per la serata; furono messi gli altoparlanti fuori della sala e fin quasi nella piazza.
Per me fu l’inizio pubblico della storia dei dolci. Fino ad allora la comparazione tra caratteri umani e dolci, che sarebbe diventata e quasi una professione negli anni successivi, era stato un gioco da salotto, inventato quando avevo 16 anni ed era uno strumento subdolo per vincere la timidezza e trovare un argomento per parlare al cuore delle ragazze. Con quella conferenza Pica mi invitava, come faceva con molti, a scoprire e tirar fuori “l’altro da sé”. Dal profondo della sua napoletanità, condita dal valore della tolleranza, ci invitava a diffidare dei ruoli istituzionali, cui molti di noi erano destinati e, un po’ per gioco, ma in realtà molto sul serio, ad esplorare allegramente altri campi di interesse, ma anche a scherzare sui propri ruoli apparentemente “seri”.
Da poco, erano i giorni del dopo terremoto, avevamo fondato, promossa da Pica, con Michele Buonuomo, Francesco Durante, Massimo Lo Cicero e altri, l’Accademia della Catastrofe. Cos’era? Ispirata ai teorici del catastrofismo, ne declinava una versione sociale napoletanizzata, propugnando la caotica mescolanza delle componenti sociali, tipica del dopo catastrofe. Ovviamente non vi furono convegni, ma eventi memorabili. Il primo portava il titolo “Maggio, l’ultima sera. Ballando ballando, l’ultima catastrofe”. Come Titanic fu scelto un luogo emblematico: Lido Pola a Coroglio. Era un ex stabilimento balneare, ormai assediato da enormi collettori fognari, che testimoniava la sua storia di resistenza. Glorioso lido con ristorante negli anni ‘50, dovette rinunciare al ristorante per le polveri del cementificio; ma si poteva sempre fare il bagno. Poi fogne e odori fecero il resto. Tre anziane e tenere vecchine, figlie di un padre che era stato con D’Annunzio alla spedizione di Fiume (da qui il nome), fittavano i tavoli del locale per eventi marginali, con la delicata distinzione, nel prezzario, “con e senza fiori”.
Per l’occasione furono stampati 300 inviti; il tam tam metropolitano portò a Coroglio (la cui discesa da Posillipo, fu emblematicamente travolta da una frana quella sera stessa), più di 3000 persone. Le vecchine chiamarono in soccorso mezzo quartiere; si improvvisarono i camerieri, i baristi, e tutto veniva venduto al prezzo standard di mille lire, dal superalcolico al bicchiere d’acqua. Ai ritmi proposti dal disk-jockey, furono viste ballare insieme nobildonne ed ex terroristi, professionisti e sbandate, poetesse e avvocati, insomma fu, come un giornale ebbe modo di definirla, la prima festa “transfamilista” della città. Non mancava mai l’angolo del dibattito, dove persone “serie” erano invitate a discettare su cose solo apparentemente futili, per guadagnarsi alla fine da Pica la statuetta del premio Noscar (Nobel+Oscar).
Seguirono una notevole serie di iniziative, feste, dibattiti paradossali, organizzati all’insegna della Catastrofe. A volte le cose erano davvero catastrofiche, con microfoni che non funzionavano, o riprese video senza sonoro o sonori senza visione. Ma l’egida sotto cui operavamo ci salvava sempre e cementava una sorta di amicizia diffusa, per cui, contrariamente ai dettami imperanti nell’impegno politico dell’epoca, mettevamo “l’amicizia al primo posto”. Così se Francesco Durante presentava al Teatro Nuovo un libro americano che aveva tradotto, e ci chiedeva un soccorso per il dopo dibattito, a costo di naufragare nell’esporci così, a meta tra l’intelligenza e la stronzata, venivamo chiamati a raccolta da Pica con i nostri nomi d’arte (Fabbry Mangus, Ben Gravagnas, Ravel Rufol, Max von Cicero, ecc.).
Indimenticabile fu la notte di Nocera. Organizzammo una sorta di carnevale meneghino (una settimana dopo quello napoletano e di tutt’Italia), in occasione dell’inaugurazione di un centro commerciale realizzato in quella cittadina della piana del Sarno, dall’architetto Nicola Pagliara, in puro stile del Novecento Viennese. La nostra spudorata imprudenza ci spinse ad organizzare l’operetta “La vera storia di Majerling” dove le vicende ereditarie dell’Arciduca Rodolfo d’Asburgo e di Maria Vetsera, venivano ricondotte ad un’improbabile divisone in due di una Vienna Superiore e di una Inferiore; un ripensamento dell’Imperatore Francesco Giuseppe (impersonato da Francesco Durante, seguito da un Pica Amadeus disk-jockey di corte), proponeva ai due amanti di scambiare Vienna Superiore con Nocera Inferiore, e di qui la grandiosa esibizione di Benedetto Gravagnuolo nella sua “Ma Nocera no, Nocera non si può ….. ecc.). Le componenti dello spettacolo non avevano limiti; si esibirono ballerine vestite da Cavalli spagnoli, finti soldati della guerra mondiale, e cosi via. Il problema è che delle nostre cose non si sentì quasi niente, a causa proprio dei riverberi provocati da marmi e vetri viennesi. Ma nessuno protestò, e dopo il conclusivo “inno all’Agro” scritto con Francesco Durante, che sulle note di “Deutsch uber alles”, implorava “Serbi Dio Pagani e Angri e Nocera superior, …. ecc.” , partì un travolgente valzer viennese, che ballarono tutti gli invitati in costumi carnevaleschi a tema. A dire il vero non tutti ballarono; la cartina allegata all’invito, per un errore di un catastrofico che non cito, era stata stampata al contrario, e, molti invitati, in una serata piovosissima e fredda si dispersero per l’agro Nocerino Sarnese. Sembra che nella notte furono visti molti generali austriaci e dame da Gattopardo, girovagare per le campagne chiedendo lumi ai pochi bar aperti della zona.
Ma la catastrofe del dopo terremoto, non quella del sisma, bensì quella della ricostruzione, superava ogni nostra previsione. La realtà catastrofica ci scavalcava ogni giorno e la società si richiudeva nella separatezza dei suoi ranghi istituzionali.
Così, nel 1985, ritornammo a Lido Pola, per celebrare lo scioglimento dell’Accademia. Ovviamente con un ballo glorioso, e con un dibattito struggente dove fu visto il Professor Lo Cicero trascinare e fare a pezzi un modello in cartone dell’Italsider, di cui si sosteneva ancora il costoso mantenimento. Pica distribuì gli ultimi premi, e nacquero quella sera gli ultimi amori catastrofici.
Per noi l’Accademia della Catastrofe era qualcosa a metà tra il gioco e il lievito per nuove esperienze. Per molti di noi da lì, derivarono esperienze radiofoniche e letterarie, per me il libro dei dolci e poi la televisione locale, poi ancora quella importante con la Carrà, la Sampò, fino ai primi anni novanta. Ma nella sua eleganza, Pica ci nascondeva che l’Accademia celebrava anche la sua personale, intima catastrofe. Ce ne accorgemmo un giorno che Ellisse non aprì e Salvatore scomparve per alcuni giorni.
Non parlo del fallimento di un’attività commerciale. Potrei parafrasando Humphrey Bogart dire “cosa vuoi che contino le storie di piccoli affari nell’immensa tragedia del mondo”. Mi riferisco al fatto che ho sempre pensato che in quel suo cadere Pica espiasse il grande dolore di essere sopravvissuto alla sua compagna, e che sempre parafrasando il vecchio Humphrey, bisognasse “crollare per rinascere”.
E rinacque. Un giorno me lo vedo arrivare a casa con carta e penna per scrivere insieme degli articoli sulla notte napoletana (intanto già organizzava memorabili feste in un locale della Sanità dall’emblematico nome di KGB). Non si sentiva sicuro di scrivere da solo per Paese Sera, e scrivemmo due o tre pezzi a firma, se non ricordo male, Pick e Fabbry. Il quarto pezzo lo scrisse da solo con la firma Pick e Paik, e mi salutava gentilmente nel suo scritto; si era “lasciato” come si dice per i bambini che imparano a camminare, e gli articoli portarono al volume sulla “Donna napoletana”.
A quel volume è legata un’altra storia fantastica. Eravamo al salone del libro di Torino; allora conducevo con Enza Sampò un programma dal titolo “Scrupoli”, e facevamo una puntata dal Salone. La mattina il direttore di Raidue Giampaolo Sodano aveva fatto invitare Pica, De Crescenzo e me ad uno speciale del TG2, per parlare dei nostri libri, una sorta di tre napoletani a confronto. Il libro di Pica era esposto nel piccolissimo stand dell’editore Colonnese; decidemmo, ringalluzziti dall’invito televisivo, di organizzare lì per lì una presentazione del suo volume. Andammo da Accorsero, il direttore del Salone e Pica, aggirando il divieto della segretaria, entrò senza bussare e con piglio deciso. Alle semplici parole “sono uno scrittore napoletano….”, il savoiardo ordinò alla segretaria di esaudire ogni nostro desiderio. E così con un volantino dal titolo “Napoletani del Salone unitevi!” si organizzo la presentazione del libro semi-clandestina, fuori calendario, fuori programma, fuori persino dal salone (in un’auletta vicina); fu quella la più mirabile presentazione di quell’edizione. L’ufficio stampa del Salone sembrava impazzito all’idea che, mentre alle loro presentazioni faticavano a far venire qualche VIP, nella nostra auletta c’erano tutti, ma proprio tutti; da Leonardo Mondatori ad Aldo Busi, da Montezemolo, a Mimì Rea, da Corrado Augias a Edvige Fenech e cosi via.
Le combinazioni della vita sono sempre sorprendenti. I capitoli del libro dedicati alle donne dei diversi quartieri di Napoli erano inframmezzati da pagine con l’impronta del rossetto di labbra femminili. Quella sera una scrittrice straniera, mi pare, contestò di appartenere alla razza Vomerese, baciando il libro e segnalando la differenza tra l’impronta del suo rossetto e quella stampata. Nacque da lì l’idea di un gioco televisivo che avrei fattom qualche mese dopo, con Pica in un programma estivo di RAIDUE, con Sandra Milo. In pratica cercavamo qualche telespettatrice che avesse l’impronta del rossetto delle labbra uguale a quella di famose dive. Ci arrivavano migliaia di lettere con baci stampati sulla carta. Si sceglieva l’impronta più assomigliante e la signora o signorina veniva rintracciata al telefono. Fin qui un gioco stupido, come tutti i giochi televisivi; ma la consegna del premio, mi pare un televisore, era subordinata alla risposta esatta alla classica domanda Pichiana, del tipo”Spigola, olio e limone o maionese?”, “Zuppa di latte o Zuppa inglese?”. La verità è che mi piaceva ospitare Salvatore in quell’”Altro da me” di cui aveva covato le origini.
Vorrei alla fine ricordare un ultimo episodio. Stavamo tornando di sera a casa, dopo che a cena “avevamo fatto il punto della situazione”, perché questo si fa a tavola con lui. Gli chiesi di fare una deviazione in un ristorante vicino al cinema Delle Palme, perché dovevo dare qualcosa ad un’architetta che lavorava con me. Pica resistette un po’, ma alla fine si convinse. Quella sera conobbe Antonella e credo che si innamorarono subito. Poi sono venute tante cose importanti nelle nostre vite; per lui Davide, poi la galleria, insomma cose che sono descritte in altri capitoli di questo volume.
Devo molto a Pica, molto di quello che ho fatto. Pochi mesi fa, squilla il telefono di casa, e una signora di Modena, (che chissà come ha avuto il mio telefono di casa?) mi dice che voleva ancora ringraziarmi per l’indimenticabile serata (di ventisette anni prima) su Sesso e sfogliatella e che guarda ancora con gioia una sfogliatella di ceramica che ha sul comò. Questa è la cosa che più debbo all’insegnamento del Maestro Pica: le cose si fanno per creare ricordi.
Una collaboratrice del mio studio cui ho letto questo testo, vi legge una nota di malinconia. Non lo credo, in fondo è una storia felice e di soddisfazioni, e forse un po’ di saudade non guasta. Tuttavia, per chi dovesse sentirla così concludo con il finale di un pezzo famoso che gli amici cari mi costringono a fare sotto Natale. È una predica di un parroco, negli anni cinquanta. Dopo avere celebrato la nascita del Bambino ne annuncia il triste finale e vedendo una vena di malinconia nei fedeli conclude: “ Ma c’ammo attristà pe’ chesto? È nu fatto ‘e duemila anni fa, chi sa pure si è ‘o vero!”.
FABRIZIO MANGONI