Ognuno ha il suo buongiorno. Il mio è rappresentato da una telefonata di Salvatore Pica: quando vedo comparire sul display del cellulare il numero di Pica, vuol dire che Salvatore ha letto il giornale e ha apprezzato un mio articolo. Una telefonata breve, quasi muta: uno dei pochi segni di civiltà e di cortesia che sopravvivono in questi tempi cupi, pieni solo di smemoratezza e di trasandata indifferenza. Si deve infatti a persone come Salvatore Pica se l’umanità nei rapporti interpersonali non è ancora del tutto estinta: e chi scambiasse le attenzioni e il garbo di Salvatore per amichevole piaggeria sarebbe le mille miglia lontano dalla realtà. Del dinamico uomo di cultura, del talent-scout che ha fatto la fortuna di tanti artisti, parleranno altri con più competenza e autorevolezza. A me qui di Salvatore piace sottolineare la natura di dandy <naturale>, quello che non posa o si atteggia, ma dice la sua sul mondo con la scienza di chi la vita la attraversa con grave levità, conscio che quasi sempre la profondità si nasconde in superficie. Basta leggere a caso qualcuno dei suoi aforismi per capire come, appena sotto la patina della battuta estemporanea e del gioco di parole in apparenza <facile>, si celi un’intelligenza della vita, e direi del dolore che Salvatore conosce quanto la felicità: <Dio c’è ma oggi non riceve>, <Chi beve per dimenticare… paga prima>, <Il ’68 non si scorda mai> sono degne di un Flaiano della notte napoletana (quella che <è dura ma non ci fa paura>); ma è nei grandi interrogativi filosofici che Salvatore dà il meglio di sé, quando si chiede se sia meglio il posto fisso o il posto al sole, mantenere la famiglia o mantenere la calma, se al monaco di Monza sia preferibile Monaco di Baviera, o chi scegliere fra Tina Pica o Tina Turner (personalmente preferisco la prima: le due hanno più o meno la stessa età, ma la Pica è più divertente). Filosofo notturno e totòista ma con una maschera impassibile alla Buster Keaton, l’incontro con Salvatore Pica è sempre un’epifania: per quanto puoi essere indaffarato o distratto, quel suo saluto appena accennato portando la mano alla tesa dell’immancabile Borsalino ti inchioda alle tue responsabilità di cittadino, di napoletano pensante, di uomo o di donna capaci ancora di scambiarsi opinioni, impressioni, e tanto meglio se travestite da facezie. Ma attenti alla sua schiva signorilità: se non rispondete a tono, lo sguardo di Salvatore si volge impercettibilmente verso l’alto, in un gesto automatico di infinita sopportazione verso i poveri di spirito. 

Antonio Fiore

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