PER SALVATORE PICA

 

Un ritratto “morale” di Salvatore Pica si potrebbe compendiare nella stessa formula che Blaise Cendrars ha inserito in un suo libro: “ Primum vivere, deinde filosofare “, e in una citazione da Cartesio in cui il filosofo francese afferma, fra l’altro, che bisogna “frequentare genti di carattere e condizioni diverse, fare molteplici esperienze, mettere a prova se stessi di fronte alla sorte…”.Sia Pica che Cendrars che hanno molto in comune tra loro per il loro vasto operare nella scia della buona tradizione di cultura visiva del Novecento, sono stati fedeli, alla loro maniera, a tali propositi. Con esemplare coerenza: le loro linee di forza di pensiero e azione si ritrovano tutte nelle vite vissute e nelle opere.Pica, a un solo anno di distanza dalla fondazione del Centro-Ellisse, da lui diretto, nel 1969, ha dato inizio a una inarrestabile attività produttiva in campo estetico che va dai manifesti di ricerca grafica, a pubblicazioni con mostre e dibattiti, a Artigianato e Design, a Arte e Socialità, Architettura – design – urbanistica – ponte Milano – Napoli -, Poesia e Pittura, alla fondazione dell’Accademia della Catastrofe, a libri in proprio apparsi tra il 1990 e il 1995 e al ludico Pick & Paik.Se a questi primi trent’anni del secolo scorso aggiungiamo gli anni trascorsi nel terzo millennio abbiamo quasi quaranta anni di operatività destinata a continuare ancora con l’apertura della Picagallery, col suo programma espositivo riservato alle “specificità” di Arte del Dolore, Arte della Prima Volta e Arte della Memoria e tutto improntato dello stile “pichiano” che si avvia ormai a diventare proverbiale.Il nuovo spazio subito si è imposto per la serietà delle sue proposte e per la qualità delle mostre ospitate, grazie all’abile direzione di Pica e al suo poliedrico e brillante spirito comunicativo. Non poteva essere diversamente.Egli è uno dei pochi in cui talento, capacità e intuizioni artistiche, sforzo verso il nuovo, si fondano in una unica volontà creativa. A tutto tondo. Senza alcuna eccezione.Egli sinceramente ama l’arte in qualsiasi genere si manifesta: musica, pittura, scultura, disegno, fotografia, letteratura. Con la sua fine sensibilità e intelligenza ne intuisce la bellezza: come se essa fosse rappresentata in una pietra preziosa, forte, trasparente e bella il cui valore e rarità non hanno limiti.L’ingegno e la preziosità di tale materia congiunti con cui si costruisce un romanzo o un quadro raramente gli sfuggono: col radar del suo intuito ne scorge perfino a distanza la presenza.E’ tale incontro che gli preme più di tutto totalmente indifferente a mode e tendenze del momento. E’ tale conferma che egli cerca non solo in sé ma anche nell’opinione di amici e collaboratori del suo entourage con tatto da signore e da sagace causeur .Lo scambio di idee sulle varie espressioni dell’arte mira soprattutto a far brillare con spirito acuto e lessico preciso l’importanza di un opera da varie angolazioni e, forse, anche una particella del divino che vive in noi.Tali sono alcuni tratti della sua personalità amabile e complessa ad un tempo. Altri non mancano. Il loro insieme forma e detta la sua “moralità” e accendono anche un “fiuto situazionista” con cui sonda ogni prodotto o progetto che gli viene sottoposto e se esso promette sensazioni, ( “sensazioni che io sento fondamentali”, come scrive Adolph Gottlieb nella nota, La Mia Pittura), egli lo approva e lo fa rappresentare con successo in una personale o collettiva di artisti o in una singolare performance di particolare spettacolarità.Il suo modus operandi è originale. Molto moderno e umano. Aperto alla concretezza degli schemi e alla finezza delle trame. Di ogni natura etica ed estetica. Nulla si preclude, o preclude agli altri. Consapevole che ogni individuo, intellettuale o semplice borghese, è libero e autonomo, per dirla con Sartre, all’interno di una situazione che lo condiziona, che egli può accettare, modificare, sorpassare…Per quanto riguarda se stesso, dando la preminenza alla propria esperienza individuale vissuta, non ha più difficoltà ad accettarsi cosi come la propria coscienza gli impone col grado di conoscenza del mondo maturato. Per tale ragione, rigorosa è la sua opposizione a qualsiasi forma di estetismo, di abuso sociale, di spreco e di sgravio di responsabilità.Il suo solo universo è l’uomo provato dalla vita e suscettibile di esplorarne la profondità e formularne i problemi. Giorno dopo giorno. Col distacco e col sorriso d’un gentiluomo colto d’uno stampo umano forse in estinzione.Di tale rischio è egli stesso cosciente con una punta di amarezza e di nostalgia, ma non se ne cruccia eccessivamente: continua ad essere Pica, scafato e raffinato personaggio che assiste con crudo e ironico realismo agli eventi del quotidiano e alle sorprese in serbo dell’avvenire senza perdere il bon ton e l’umore delle ore migliori.

                                                                                                 Giuseppe Bilotta

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