Caro Pica,

questa volta vorrei parlarti del presente, ma anche di un pezzo di storia che ci appartiene. Voglio parlartene alla luce di un dubbio e di un interrogativo che da tempo mi agita attraverso domande di vario tipo: esiste una relazione tra le idee che avevamo e che avevo negli anni ’60 e ’70 quando eravamo giovani e forti e quelle che poi hanno vinto facendosi realtà? Quelle idee, che allora erano considerate di avanguardia, paradigma della modernità, in avanti rispetto al “buon senso” di allora, hanno forse contribuito a produrre alcuni dei fatti dell’oggi, per filiazione perversa o no che sia? 

Più in generale c’è un rapporto di continuità o di discontinuità tra quel passato ed il presente? Il primo anticipa o no il secondo? E quell’avanguardia, in quanto esplorazione e progettazione del futuro, ha con noi oggi e con la nostra realtà un qualche rapporto? 

Un dubbio e alcune domande che mi spingono ad un tentativo di una qualche risposta. Devi sapere, caro Pica, (ma forse già lo sai) che all’epoca ero fortemente sospinto verso l’avanguardia che sentivo adeguata alla mia, diciamo così, identità in formazione, ma anche un utile schermo dietro il quale nascondermi mentre, a tentoni, mi cercavo.

In quegli anni stavo faticosamente compiendo un rito di passaggio. Quell’uccisione del padre che, con qualche anticipo sulla generazione dei sessantottini, mi  evitava di farmi ligio ad una morale che a me sembrava ottocentesca e piccolo borghese. 

Oscillavo cosi sospeso fra una forte necessità di anticonformismo, identificata in quella cultura che attraverso le arti figurative, la letteratura, la poesia e il teatro, voleva scrivere le pagine di una modernità appena scoperta, e la nostalgia per una conformità che, forse per inadeguatezza o per mancanza di apprendistato, avevo scarsamente incontrato sul mio cammino.

Ma questa volta, caro Pica, non voglio parlarti di storie personali ma di idee, e come ti dicevo, delle loro eventuali realizzazioni, perverse o no che siano. 

Al presente si può guardare come ad un problema o ad una opportunità, e seppure con riserva e sospetto credo convenga la seconda ipotesi. Anche se allo stato dei fatti l’ottimismo è un esercizio non certo facile. Dal presente non si scappa. Certamente non nel passato, non conviene. Tutt’al più nel futuro. Ma con quale risultato è tutto da verificare. E allora procediamo per indizi, sulle tracce di alcune di quelle idee e verifichiamone le eventuali conseguenze e realizzazioni.

Anno 1963, quasi 50 anni fa, il numero 6 della rivista Il menabò edita da Einaudi, costo 1500 lire (oggi circa 80 centesimi, altri tempi), un intervento di Guido Guglielmi, all’epoca componente del Gruppo 63, l’avanguardia che più avanguardia non c’era, sulla narrativa di Alain Robbe-Grillet (altra avanguardia).

Ricorderai, caro Pica, era uno scrittore francese, della cosiddetta école du regard, autore fra l’altro di romanzi come Le gomme, Labirinto, Voyeur, ecc., ma anche sceneggiatore di cinema, in particolare di quel film, L’anno scorso a Marienbad, che all’epoca ho visto, credo, più di una volta.

Un passaggio di quell’intervento: “seguire B. Morriset che muove dalla psicologia per spiegare il romanzo è un metodo oltretutto non autorizzato dal Robbe-Grillet il quale ha inteso destituire i vecchi miti della profondità, esorcizzare il cuore romantico delle cose, ossia liberare gli oggetti e liberare la scrittura“.

I vecchi miti della profondità – memorizza il sostantivo “profondità”, ti servirà in seguito.

A lato le chiose con cui, in quei lontani anni ’60, commentavo quel passaggio e l’intero articolo: ”l’orizzontalità superficiale  di R. G. contro la prospettiva quattrocentesca. La morte del soggetto contro l’umanesimo occidentale, segno violento della democrazia. La violenza delle gerarchie che nascondono, dietro un ordine apparentemente tecnico e funzionale, un ordine sociale fortemente asimmetrico e vessatorio”.

Oggi, nella convinzione che la democrazia non è un sistema perfetto, ma quello meno imperfetto sin qui sperimentato (e comunque occorre diffidare di chi cerca la perfezione), vedrei le cose diversamente.

Ma allora quella superficialità, che si deduceva per opposizione, sembrava un rimedio alla polvere del tempo depositata sul “senso” nella sua qualità di significato unico ed ultimo e quindi sugli oggetti. Un rimedio che si serviva della vista per descrivere quantità misurabili – la quantità essendo l’unica a potersi permettere, ancora per poco, il privilegio dell’oggettività – e non qualità ad alto tasso di soggettività.

Per ripulire le cose dalla retorica del romanticismo occorreva predisporle ad una razionalità che, raffreddando le passioni, si indirizzasse verso procedure avalutative la cui giustificazione e funzionalità fosse dovuta esclusivamente alla risoluzione di problemi segmentati e parziali.

Ma Robbe-Grillet faceva ancora un’altra cosa a compimento di quel lavoro di ripulitura, e puntualmente ce lo descrive G. Guglielmi quasi a conclusione del suo scritto: l’operazione di R.-G. è consistita nel disgregare il senso (….) nel tendere al massimo la distanza tra significante e significato, fino al punto cioè oltre il quale il rapporto si spezzerebbe e non resterebbe più nulla.

Ma quella distanza è un po’ come la corda che a troppo tenderla si spezza, che è quanto sembra essere effettivamente accaduto: l’affermazione di Guglielmi appare oggi come una profezia e/o un avvertimento. E, d’altra parte, quel rischio ipotizzato, quel limite avvertito come non superabile già lasciava presagire l’imminenza di una rottura.

Se nel segno quel rapporto indissolubile fra il significato e il significante, le due facce di una stessa medaglia, poteva anche spezzarsi, tanto indissolubile non doveva essere!

Già non esisteva una sola verità! Non c’era il Dio buono di Cartesio ad assicurarci la corrispondenza univoca tra quello che crediamo di vedere e quindi di descrivere e quello che è. ,Esistevano ed esistono molte verità!

Il senso ultimo si era spezzettato in tanti piccoli significati e in tante piccole vite!

In seguito mi sarebbe stato chiaro che il problema era come tenerle insieme quelle piccole vite. Senza eccessivi soprusi, vessazioni, ingiustizie, e asimmetrie. Mi sarebbe stato anche chiaro che non si trattava di pensare società perfette. Meno imperfette quello sì.

Ma allora pensavamo che la critica degli assoluti sarebbe bastata, che sarebbe stato sufficiente svergognarli, perché quella modernità che cercavamo coincidesse con il relativo.

Oggi quel relativo ci appare sì liberatorio ma non rassicurante.  Bisogna farci i conti tutti i giorni, e richiede molta fatica.

La libertà è più faticosa della dipendenza e dell’obbedienza.

E cosi, insieme a R.-G. e in compagnia di G. G., allora risolvevamo la questione riducendo la scrittura al suo grado zero, il senso in nonsense.

Eravamo a ridosso di un paradigma razionalista proprio della modernità, ma anche alla sua critica?

Volevamo sia l’una che l’altra ad ogni costo?

Poi, almeno di modernità, in un certo senso, ne abbiamo avuta fin troppa, o forse non l’abbiamo ancora avuta, o ne abbiamo avuta poca e distorta.

Ognuno scelga la risposta che più lo convince.

 

Qui ti avverto che vorrei continuare costruendo una sorta di finzione sceneggiata a  più voci, tra cui di tanto in tanto ascolterai anche la mia.

Un salto avanti, dal 1963 al 2010.

La Repubblica del 26 agosto. Un lungo articolo di Alessandro Baricco.

L’occhiello: uno scrittore viaggia nel futuro, alla scoperta di un’era  dominata dalla superficialità. Con una sorpresa: non sarà poi così male. Il titolo: 2026 la vittoria dei barbari.

In sintesi il senso dell’articolo è che in seguito ad una sorta di mutazione genetica si è prodotta una cultura (o al contrario, in seguito ad un cambio di cultura, si è prodotto una sorta di mutazione genetica) che ha cancellato dal mondo la “profondità” con il suo frutto più succoso il senso, per disporlo invece nei mille siti distribuiti qui e là in superficie e resi accessibili e digitalizzabili attraverso spostamenti continui, veloci e appunto superficiali.

Caro Pica, una citazione dall’incipit: l’ultimo che ho visto crollare, dopo aver vacillato a lungo con grande lentezza e dignità, mi ha emozionato, perché lo conoscevo bene (…). Più che uno, è una: la profondità, il concetto di profondità, la passione per la profondità. Forse qualcuno se li ricorda, erano animali ancora in forma, ai tempi dei barbari. Li alimentava l’ostinata convinzione che il senso delle cose fosse collocato in una cella segreta al riparo della più fragile evidenza (…) accessibile solo alla pazienza, alla fatica, all’indagine ostinata. Alessandro Baricco scommette, a partire da un presente agitato da trasformazioni radicali, in un futuro che quelle trasformazioni risolva in positivo. Fa quello che dicevo all’inizio, guarda al presente con ottimismo e traccia un percorso che dà senso a quell’ottimismo e, descrivendo al 2026 quello che ormai è accaduto, scrive: “la superficie è tutto, e in essa è scritto il senso. E da quando abbiamo maturato questa abilità, è quasi con imbarazzo che subiamo gli inevitabili sussulti del mito della profondità”, e poi conclude con una costatazione a metà tra la partecipazione attiva e la inevitabile registrazione dello stato di fatto. “La mutazione ha generato comportamenti, ridistribuito i privilegi: ora so che in tutto ciò è sopravvissuta la promessa di senso (…) sicuramente tra coloro che sono stati più svelti a capire e a gestire la mutazione ce ne sono molti che non conoscono quella promessa (…) ma è l’unico modo che conosciamo per consegnare in eredità, a chi verrà, non solo il passato ma anche il futuro”.

Ottimismo si, ma forse eccessivo, e comunque una spruzzatina di senso critico non farebbe male.

Quella previsione al 2026 rappresenta una vera tendenza del presente?

Se è così bisogna ammettere che quella superficialità dei romanzi di R.-G. ha preso corpo. Si è fatta realtà seppure in modi diversi. Uno per tutti la rappresentazione televisiva, la cifra del nostro tempo, dove il racconto, orientato costantemente all’indifferenziato, senza ordine e gerarchie, è perfettamente neutralizzato e privato di qualsiasi significato.

Caro Pica, attraverso la lente di quel passato, prima presente e poi, minuto per minuto, futuro, mi sembra di vedere quel dipinto di Mark Tansey, descritto da Arthur C. Danto, un altro un po’ apologeta del presente, nel suo libro Oltre il Brillo Box, che raffigura lo scrittore Alain Robbe-Grillet, sempre lui, impegnato a pulire gli oggetti del mondo dal loro significato.

Quegli oggetti, ripuliti dalle incrostazioni della storia, alleggeriti dal peso del passato, hanno poi preso definitivamente, forse per eccesso di zelo, la strada del silenzio e ormai quasi non parlano più?

Sono muti?

Oggetti muti non fanno “mondo”.

Un’immagine simbolica che c’interroga sugli anni ’60 come propedeutici del nostro tempo, o meglio ancora di quel 2026 punto d’arrivo di un lungo processo storico?

Anticipazione dell’ieri nel presente e poi in un domani irriconoscibile?

Da parti contrapposte ci si esercita in letture pronunciate all’ombra della nostalgia – ragioni per una qualche scontentezza ce ne sono a iosa – o in alternativa, che addossano interamente (o quasi) le responsabilità per i guai di oggi a quel passato di cui sopra.

Sono proprio gli anni fra il ’60 e il ’70 ad essere letti, di volta in volta, come un’epoca, radicalmente diversa dall’oggi, in cui tutto andava bene o, al contrario, riassunti più o meno nel ’68 come data simbolica, interamente responsabili delle contraddizioni attuali.

Forse quel mio cauto ottimismo si sta trasformando in pessimismo?

Ma forse, caro Pica, posso cavarmela cosi: evidenziare le cose che non ci piacciono, non significa che non ce ne siano altre che invece ci piacciono. O forse sono proprio le cose che non ci piacciono che, guardate da altri punti di vista, invece ci piacciono.

Ma procediamo con ordine.

Può darsi che quegli anni possano avere una qualche responsabilità nello sfascio della scuola o nella cosiddetta deregulation, ma bisognerebbe ricordare alla destra, che spesso si fa portatrice di questa vulgata, che il frutto avariato di quegli anni riguarda particolarmente loro. Una destra così incline a giustificare ogni comportamento con in testa niente altro che l’interesse privato, preferibilmente in atto pubblico, senza nemmeno la necessità, ipocrita quanto si vuole, di mascherarlo in qualche modo, fino al punto, per esempio, di chiedersi, pubblicamente, come sia stato possibile che altri abbiano contribuito all’acquisto della propria casa a propria insaputa, questa destra non sarebbe possibile senza una qualche filiazione dalla necessità di quegli anni di azzerare regole sociali e di costume antiquate e ormai inadeguate, fluidificando tutti gli statuti normativi e accelerando così, non senza ragioni, il processo di trasformazione neocapitalistico, che sarebbe poi approdato alla liquidità contemporanea. Regole che però una volta cancellate occorreva ricostruire tenendo conto delle mutate necessità e della diversità dei nuovi tempi. Ed è questo che non è stato fatto o è stato fatto male.

Sono però convinto che qualche responsabilità quegli anni ce l’hanno e quindi tutti noi con loro che, fosse anche solo per ragioni generazionali, in ruoli diversi, attivi o passivi, in quegli anni, quel sistema di regole abbiamo contribuito ad abbattere.

 

Caro Pica, continuando a passeggiare fra libri e idee, alla ricerca di una trama tra l’ieri e l’oggi mi imbatto in Z. Bauman, che da tempo si adopera per descrivere e analizzare il tempo della post-modernità, guardando contemporaneamente avanti e indietro.

In un recente libro (Vite che non possiamo permetterci. Conversazioni con Citlali Rovirosa-Madrazo) B. disegna quattro figure ereditate dalla modernità che, opportunamente shakerate, ci restituiscono un profilo con valore di metafora per il presente.

Una sorta di maschera animata dallo spirito del tempo, ossessionata dal terrore del­l’immobile e perciò stesso predisposta e vocata ad una specie di moto perpetuo. Ma l’ossessione è un sentimento che è possibile provare solo per ciò da cui si dipende o che, in qualche modo, ci abita!

È il futuro alle porte che ci incalza col divenire, o l’immobilità dell’eterno presente?

 

Le figure: il flâneur, il vagabondo, il turista, il giocatore.

Queste figure non sono forse forme della dissipazione?

E la dissipazione non è forse una volontà suicida anticipata, prodotta dalla paura della morte nella illusione almeno di sceglierla e sceglierne tempi e modi!

Per ora, seppure a modo mio, ma con l’ausilio di B., entriamo nel merito di queste figure.

• Il flâneur è figura dell’estraneità e dell’indifferenza. Una specie di prototipo autistico del borghese individualista e solitario con e nella folla. Collezionista di molteplici vite proprie e altrui, vissute come episodi senza passato e senza conseguenze.

Metafora dell’impossibile appaesamento, dello straniero in un mondo dove siamo ormai tutti un po’ stranieri.

• Il vagabondo, amplificazione con aggiunta una vocazione suicida, per necessità o per scelta, del flâneur, vaga anche lui senza meta in un percorso di dissipazione.

• Il turista, che – sempre nostalgico di casa ma sempre in giro, sempre in cerca di continue disconferme alla conformità indifferenziata del mondo, oggi in particolare, identico (o quasi) ovunque – si spinge sempre più in là alla ricerca di un impossibile altrove in una rinnovata maledizione di Sisifo.

• Il giocatore, cui non basta l’eccitazione della vita perché insegue una vita di eccitazione dove l’ultimo segmento in ordine di tempo, dimentico di ogni passato, è sempre il primo di un nuovo e inedito dito in culo, sollecitazione indispensabile per ogni presente.

Caro Pica, prendi queste figure, girovaghi e avventurieri anticipate, in versione positiva, da G. Simmel, o forse meglio forme di quel desiderio di rendere conforme il disforme e disforme il conforme, eccezioni nel mondo moderno ma regola in quello post-moderno, e mischiale avendo cura di ottenere un composto relativamente omogeneo, ma non troppo, in cui le singole caratteristiche non scompaiono ma si organizzino in gerarchie transitorie, sintesi momentanea, con un “io” egemone in qualità di leader, ed avrai un’identità possibile, questa volta ordinaria della personalità contemporanea. Risultato di un lungo processo di moltiplicazione del singolare in plurale.

Dall’identità monolitica assicurata per discendenza diretta da un qualche Dio all’i­dentità plurima e provvisoria all’altezza delle attuali e molteplici narrazioni, tutte immanenti e nessuna con possibili rassicurazioni metafisiche.

 

Ma il composto, mi sembra, manchi ancora di qualcosa. Di mio, al di fuori della ricetta Bauman, aggiungerei la figura dell’artista contemporaneo nelle sue varie manifestazioni.

Soggetto schizofrenico per eccellenza, votato alla molteplicità della forma, in rapido cambiamento, professionista sempre in cerca della novità, nomade per definizione, è un portatore sano di libertà. Di quella particolare libertà in grado di inventarsi da sola le proprie regole, salvo cambiarle persino in corso d’opera: la libertà performativa.

Anche questa, già sperimentata dalle avanguardie nell’enclave separata del mondo dell’arte, oggi tracima pervasivamente in ogni spazio possibile.

Tutto è arte, niente è arte.

Mischiando a quel composto questo nuovo ingrediente, l’opera è completa. La nuova identità che ne deriva così attrezzata, può andare per il mondo alla ricerca della felicità. Senza indugio, leggera, libera da impacci, per godere in pieno della moltitudini di possibili biografie, di scelte alternative, di nuovi inizi e nuove fini, senza dover rispondere a giudizi, endogeni ed esogeni che siano, da parte della morale, dell’ideologia, della coerenza, ma nemmeno del buon gusto e del buon senso.

Tutti i giudici sono stati espulsi dalla storia insieme a quell’altro anziano signore il cui nome è Dover-Essere.

Paradossalmente ne è rimasto uno solo: il principio di piacere cui sottoporre ogni principio di realtà.

Ed ora Freud si rivolta nella tomba!

Al mercato è sempre possibile acquistare nuove identità come abiti adatti per le varie occasioni pubbliche o private.

Ma è proprio così?

Ed è proprio questa la felicità che ci avevano promessa?

E se provassimo a rovesciare il quadro, o almeno guardassimo dietro le apparenze?

La scuola del sospetto servirà pure a qualcosa!

 

Nell’epoca del pluralismo e della libertà, assistiamo alla fine delle grandi narrazioni, come ormai si ripete da almeno 30 anni, e quindi alla definitiva scomparsa degli assoluti.

Quella sparizione degli assoluti la cui crisi, passando per gli anni ’60, risale almeno al dubbio cartesiano che l‘aveva inaugurata, e che Nietzsche concluderà con la constatazione della morte di Dio, apre due strade possibili. Da una parte quella della irresponsabilità e dell’arbitrio. Se Dio è morto niente più è proibito, ogni morale è inutilizzabile, ogni comportamento è uguale ad ogni altro. L’altra è quella che a partire dalla costatazione della propria solitudine gli uomini si assumano la responsabilità delle proprie azioni senza garanzie metafisiche, senza protezione, con tutti i rischi del caso.

Ma quando niente è più in piena luce, e questa non viene più dall’alto assicurando illusorie certezze e colori, quando infinite piccole narrazioni sono possibili e il pensiero è debole, allora occorre una luce artificiale forte, portata costantemente con sé. Quando non esistono ricette e prescrizioni per tutti, i singoli debbono provvedere in proprio, sopperire individualmente attraverso un di più di capacità di orientamento e attraverso una dotazione forte di strumentazioni, per interpretare il mondo e orientarcisi. Diversamente tutto sarebbe grigio nella oscurità e ancora una volta saremmo costretti ad affidare le scelte a qualcuno che non siamo noi.

Forse all’uomo forte, carismatico e deificato?

Qualcuno, di recente, ha parlato di servi per scelta!

In quello stesso momento, la libertà diventerà un’illusione. Anche quella che inventa da sola le sue regole.

Caro Pica, non voglio colpevolizzare la funzione del potere, che, come servizio sociale, è il vigile urbano, il regolatore del traffico fra i cittadini e la totalità dei beni circolanti. Singolarmente nessuno potrà essere responsabile e soggetto attivo in tutto e di tutto, in un mondo che – sempre di più allargandosi – diventa complesso e articolato in infiniti insiemi e sottoinsiemi.

Né tantomeno mi sembrano credibili soluzioni anarcoidi per un assemblearismo generalizzato e parolaio. Gli anni ’70 ci provarono, ma è finita come è finita. La cosiddetta democrazia dal basso, spinta alle estreme conseguenze, è pura fantasia in­fantile. Ma il rapporto fra l’unico (o gli unici) e il suo doppio, fra il ceto dirigente e le masse, non può essere a senso unico né può essere una relazione semplificata. Quel rapporto dovrebbe tendere ad una successiva ma sempre più matura articolazione con un punto di fuga, per definizione, irraggiungibile, che sta lì ad indicare la necessità di un riequilibrio continuo nei rapporti di forza, per quello che è possibile, nelle forme e nei modi più adeguati. E questo richiede un di più di informazioni, maturità, cultura, senso critico, indipendenza di giudizio e non acquiescenza, fede, idolatria e infine indottrinamento a senso unico.

Certo la democrazia in epoca di post-modernità si muove sempre più sul filo di un paradosso. Distribuisce poteri e ricchezze, non sempre in maniera lecita, a figure che per poter continuare a gestire quel potere e quella ricchezza debbono apparire come esecutori della volontà popolare. Una volontà costruita per sommatoria statistica dall’intero sistema di comunicazione. Un sistema gestito da settori di quello stesso potere. Di modo che, dove finiscono gli interessi generali e cominciano quelli particolari, dove finisce la sommatoria delle spinte di parte e inizia il ruolo di mediazione e indirizzo della politica è cosa sempre più incerta. E il potere, che dovrebbe tradursi in capacità di guida e di orientamento nelle soluzioni a problemi di interesse generale, sempre più si caratterizza per la brutale capacità di servire l’egoismo e il narcisismo di chi lo esercita.

Accade che unendo invece alla crisi degli assoluti una dose massiccia di cinismo a buon mercato  (solo verso gli altri e mai verso se stessi) si legittima e si generalizza proprio quell’egoismo e quel narcisismo, andando così incontro alla prima soluzione, quella a costo zero.

Quasi a dire: se Dio è morto,  ci sono Io.

Così il rapporto fra gli uomini, i loro ruoli, le loro qualità e i loro comportamenti si colora di agnosticismo, i “relativi” non più in concorrenza possono convivere nella più totale noncuranza reciproca e di assoluto rimane solo l’indifferenza.

Quella indifferenza che viene da lontano, dal regno dell’indifferenziato, lì dove la coscienza prese le mosse per stabilire l’ordine umano sulla natura; ed è lì che forse vogliamo tornare?

Quel pluralismo selvaggio e cinico, indifferente ad ogni valore, promette, senza verifica alcuna, felicità a basso costo, quella del consumo per tutte le tasche, ma distribuisce invece più precarietà e più insicurezza. Il tutto condito con l’illusione della mobilità che, sempre più improbabile, è stata man mano sostituita dalla mitologia della prossimità. E così i vincenti, eliminando nell’illusione mediatica, ogni distanza e passando dall’aura del concreto all’aura dell’astratto, dalla qualità alla quantità, debbono sempre più rassomigliare all’uomo medio per permettergli una miracolosa quanto compensativa identificazione.

Solo così può prodursi il miracolo di un potente piccolo, bruttino, inelegante, non spiritoso, non colto, che diventa alto, bello, elegante, spiritoso, colto, amato dalle donne belle e giovani, per promettere a tutti che se ce l’ha fatta lui, puoi farcela anche tu.

Il Grande fratello ti aspetta.

Ma non anticipiamo ciò che potrebbe sembrare solo un facile paradosso.

Faccia un passo indietro a quelle quattro figure di cui ti dicevo. Ricorderai, caro Pica, che non erano estranee alla modernità, anzi qualcuno, in passato, vi aveva letto tratti tipici, risposte o adeguamenti che il passaggio dalla comunità alla città, dalla civiltà propriamente contadina alla società industriale, avevano prodotto. Nella modernità, in presenza di un certo tipo di regole che lasciavano margini maggiori alla soggettività, quelle figure erano una risposta individuale, seppure dissipativa o eccezionale, a quelle stesse regole. Forme della insofferenza o della incapacità, sceglievano o subivano la strada della marginalità anche a costo della propria salute mentale, del proprio portafoglio, della propria reputazione. Erano insomma eccezioni che confermavano la regola, ma anche trasgressioni che forzavano i limiti, che spingevano più avanti la frontiera, che indicavano mancanze e carenze in quello stesso sistema di regole.

E poi, nel passaggio alla post-modernità, quelle quattro figure – che con il nostro artista un rapporto di parentela già ce l’avevano – transustanziavano nella sua carne,  mentre intanto, dall’avanguardia stava arruolandosi nelle file dei contemporanei.

Quello d’avanguardia era stato un eroe solitario, in esplorazione per indicare la via. Era andato per sentieri sconosciuti tracciando la strada che il grosso dell’esercito avrebbe poi percorso. Non aveva in dotazione verità alcuna, sapeva cosa lasciava ma non sapeva dove andava.

Tutte le verità erano possibili, ma tutte occorreva vagliarle per scegliere alla luce di una modernità immaginata e fortemente desiderata.

Quell’artista d’avanguardia anche quando faceva finta di ostentare una bandiera ne sapeva la sua provvisorietà, utilizzabile appena per segnare una direzione, pronto a fare marcia indietro.

Spesso gli si è attribuita una sorta di perentorietà, una apoditticità sbandierata nei proclami, nei manifesti che sembrava creassero un clima di guerra, di tutti contro tutti. Ma quegli artisti avevano lasciato certezze, tradizioni, mestieri, ruoli, perfezione della mano e capacità che li distingueva dagli altri; forse per necessità di fronte alle nuove tecnologie, ma anche per scelta, per senso di inadeguatezza di un mestiere superato dalla storia, tutto a spese proprie. Era stata un’ecatombe di padri, un rituale feroce che aveva lasciato sul terreno numerose vittime. E tra quelle vittime, come primi c’erano loro stessi.

Era stato necessario uccidere, come prima cosa, il padre introiettato, il padre dentro di sé, e attraverso quel padre, la tradizione tutta di un mestiere che tanto aveva dato al mondo, ma che anche tanto appariva compromesso con quello stesso mondo ormai alle spalle.

 

Certo per la seconda avanguardia, quella degli anni ’60, tutto era stato più facile, la tragedia era ormai dietro l’angolo.

E lo statuto dell’avanguardia sembrava ormai l’unica verità dell’arte tutta, producendo cosi (forse) una delle ragioni per la imminente eclisse: di vittoria senza alternative e conflitti si può anche morire!

Ma in quegli anni la forzatura dei limiti della modernità ordinata, quella volontà di mischiare le carte del possibile alla ricerca del futuro, si era messa a flirtare anche con la nascente industria culturale, con l’intenzione ambiziosa di condizionarne gli esiti, di trasformare, come ebbe a dire qualcuno, i mass-media in mass-culture (Luca Luigi Castellano), facendo però sempre in modo (o subendo, poco importa) di rimanere figura dello scarto, della eccezione e della trasgressione.

E così pur rimanendo fedele alla propria vocazione, l’avanguardia aveva iniziato a praticare la forma del populismo.

Un populismo che nella dialettica alto/basso, fino a un certo punto, aveva privilegiato la contaminazione dell’alto con il basso, di immettere nel basso elementi alti, un’illusione intrigante che di li a poco si sarebbe trasformata nell’esibizione del basso, vero spirito del tempo, come unico parametro di riferimento.

Andy Warhol fiutò l’aria, capì che il popolo, (specialmente negli USA, dove stava trasformandosi in compratore e collezionista di oggetti d’arte) andava accompagnato nelle proprie aspettative, o in quelle che credeva essere tali. In una dialettica, conforme quando non anticipatrice del consumismo, fra induzione e adeguamento ai desideri ridotti a piccole voglie.

E così i suoi ritratti superficiali e pellicolari  (la definizione è di ABO), anticipazione in corso d’opera del populismo in arte, manifesti del divismo hollywoodiano, spruzzati di una leggera patina di modernità ed anticonformismo, erano esattamente quello che ci voleva.

In seguito i tre minuti di popolarità, promessi a tutti, avrebbero fatto il resto.

Quel traghettatore farà tanto bene il suo mestiere da diventare presto una sorta di prototipo generalizzato.

Oggi siamo tutti figli più o meno adottivi di A. W.

Infine l’eroe di tante trasgressioni solitarie, l’artista d’avanguardia, si avviava per strade conosciute e frequentate. Il grosso dell’esercito lo aveva raggiunto.

 

Si caro Pica, è proprio lui l’eroe di massa, il distillato della ricetta Bauman, corretta con quel mio modesto suggerimento. Il prototipo, l’ideal type del nostro presente, che diventando contemporaneo, da eccezione si trasforma in regola.

Quando quel distillato diventa figura centrale siamo ormai fuori da un sistema che produce arte per approdare ad una società interamente estetica (sic!), costruita intorno alle nozioni di libertà e felicità e quindi in un tempo senza regole (la libertà e la felicità non ammettono regole) dove la trasgressione avrà spazzato via la frontiera e i limiti entro i quali muoversi per spostare tutto in avanti.

E quel tempo si sarà forse trasformato in un eterno presente? Assisteremo così alla fine della storia come ancora di recente, da qualche parte, Fukuyama ha ribadito? 

 

Ma guardiamo, caro Pica, ancora più da vicino, perché mi sembra di scorgere dietro l’assenza di regole qualcosa che si muove. Qualcosa che dice sommessamente ma con  determinazione: tutto è permesso salvo…

 

Ed è proprio l’arte post-moderna, l’arte contemporanea, l’attività che più chiaramente, paradossale epitome di ogni produzione merceologica, dopo aver sostituito il luogo della produzione con quella della circolazione e del consumo,  fino ad una vera e propria sparizione della prima a tutto vantaggio delle seconde, si offre come perfetta metafora della finanziarizzazione del mondo. Con il luogo della produzione scompare, o almeno perde di centralità il produttore, nel caso specifico, l’artista, a tutto vantaggio dei mediatori della circolazione. La filiera circolatoria si arricchisce di molteplici soggetti. I veri artefici del successo mondano ed economico dell’arte sono i promotori commerciali, il critico, il gallerista, il direttore di museo, il battitore d’asta, il collezionista.

L’oggetto d’arte nella sua specificità all’origine non è niente, diventa valore di scambio nel passaggio in quella filiera e nel transito attraverso i luoghi deputati (gallerie, musei, aste, collezioni prestigiose ecc.)  caricandosi così di valore e qualità.

Ogni attraversamento ne determina una successiva acquisizione e riempiendosene a poco a poco si trasforma da niente a prototipo assoluto di valore d’uso, figura astratta della qualità guadagnata attraverso il suo valore di scambio e non viceversa.

Diversamente da prima, la nuova forma di aura, ora ancella del potere economico, regala non più distanza ma identificazione ravvicinata. 

Quando questa merce, pura e semplice, diluita nel tempo e nello spazio, pretende di passare dall’essere parte a connotazione del tutto, a qualità distribuita – indipendentemente dai singoli oggetti d’arte, ormai ininfluenti – su tutto, cose e persone, siamo ormai definitivamente nel mondo dell’estetica diffusa e aeriforme.

 

Cattalan, in una intervista su La Repubblica del 1° aprile 2011, deve essersene accorto e, forse tardivamente, dice: “Nel mio caso si tratta di un mercato ormonato dove comunque non sono gli artisti a far lievitare i prezzi. Quindici anni fa l’arte contemporanea non era così (?), oggi se non sei oggetto di considerazione economica non vieni considerato di qualità”.  Affermazione che più chiara non è possibile. A correzione bisogna solo retrodatare la data d’inizio del fenomeno, bisogna tornare indietro non di 15 anni ma almeno di trent’anni per trovare una situazione diversa.

Ma non c’è solo lui, quello che appena poco tempo fa sembrava essere un pronunciamento di lesa maestà, oggi comincia invece a sussurrarsi da più parti.

Anche A. Kiefer in un’altra recente intervista a La Repubblica afferma che l’arte diventa così un passatempo divertente, al cui interno si può fare di tutto. I risultati però non lasciano traccia. Si consumano immediatamente e si dimenticano. Quest’arte non intriga più, è solo consumo (….) ma è tutto il sistema dell’arte ad essere prigioniero della quantità, come mostrano i musei alla ricerca del record di pubblico. L’arte rischia di essere soffocata dal denaro e dai record.

È la diagnosi di un artista che si accorge del definitivo passaggio dal mondo della pura qualità a quello della quantità astratta.

Se quindi, caro Pica, il mercato ha fagocitato tutte le eccezioni, se persino l’oggetto d’arte è diventato per intero e definitivamente “merce”, come si sarebbe detto una volta, allora significa che ormai il denaro è diventato la misurabilità di tutto. Niente sfugge alla logica di tradurre la qualità in quantità.

Grande invenzione la moneta. Ma bisogna ridurre tutto alla sua misurabilità?

Quando il denaro traghetta il mondo degli uomini e delle cose dal divenire all’unifor­me allora, ancora una volta, rientriamo nel regno dell’indifferenziato.

Tutto è misurabile con lo stesso metro solo riducendo quel tutto fatto di diversità e molteplicità ad una quantità astratta ed omogenea.

Altro che pluralismo, un pluralismo di cose tutte uguali.

Caro Pica, prima del regno di Re Denaro cose diverse avevano sistemi di misurazione diversi: lo spazio con  il metro, il tempo con le ore, gli uomini con valori. Non solo il coraggio, l’onestà, la bravura in qualche tecne, che sono forse qualità di altre stagioni, ma neanche, sembrerebbe, con la competenza, il carattere, l’orgoglio, il potere e la ricchezza guadagnata senza scorciatoia (o almeno esibita dopo un certo tempo, quando almeno il ricordo di quella scorciatoia è dimenticato).

Con il denaro si realizza l’antico sogno della riduzione ad uno; della possibilità di ritrovare nel regno dell’apparenza l’unità dell’assoluto, il senso dell’essere nascosto nel non essere.

Nel divenire l’immobile sospeso fuori del tempo e dello spazio.

E così il cerchio si chiude. Eravamo partiti per ripulire le cose dal peso dell’assoluto e ce le ritroviamo nuovamente cariche di un nuovo assoluto, quello della quantità.

Risiamo al punto di partenza?

Ma non finisce qui, caro Pica, abbi ancora un po’ di pazienza.

 

Riordiniamo un po’ le idee e facciamo una sintesi ed eventuali ulteriori chiarimenti di quanto detto fino ad adesso.

Fra gli anni ‘60 e ’70, in qualche modo, si riapre, per poi  concludersi velocemente, una storia, la storia della cultura d’avanguardia come opposizione alle idee correnti. Parte con una ripresa in salita dopo gli anni della ricostruzione, tra la fine dei ’50 e la fine dei ’60 per avviarsi poi ad un rapido declino nei ’70, quando, fagocitata dal movimento della contestazione, prima perde specificità e quindi peso e consistenza per poi lasciare spazio ad un altro tempo e ad un altro mondo.

Nel mare di quel pensiero di opposizione si ritagliavano isole forti di anticipazione del futuro e per esso del nostro presente.

Una di quelle possibili anticipazioni è, come ti dicevo, quella superficialità, come possibile rimedio alla polvere del tempo depositata sul “senso” e quindi sugli oggetti.

Quella aspirazione alla superficialità, che aveva come corollario una certa razionalità, allunga oggi la propria ombra, come abbiamo visto, sulla descrizione che Baricco fa del nostro tempo, e poi addirittura di un futuro prossimo: il 2026, quando quella razionalità si accontenterà solo di funzionare  (come dice Woody Allen: basta che funzioni). 

E quella descrizione si serve di sostantivi astratti come (ancora!?) superficialità, molteplicità, velocità, leggerezza. E qui forse potremmo chiamare in causa un altro intellettuale, con un testo scritto all’inizio degli anni ’80, Italo Calvino,  che, in quelle sue Lezioni americane, parlava di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza.

A proposito del quale E. Scalfari, in un vecchio Espresso del 3/9/2009, nella rubrica Il vetro soffiato – a commento di un articolo di Antonio Scurati sulla stampa del 23 agosto 2009 dal titolo “Calvino aveva previsto tutto e sbagliato tutto” – dice: “Calvino aveva previsto che la letteratura del nuovo secolo e del nuovo millennio sarebbe stata caratterizzata da sei requisiti: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza (…) questi sei requisiti (…) facevano parte della visione moderna che Calvino aveva non soltanto della letteratura ma anche dell’etica della politica e della conoscenza. Insomma della vita (…) Dov’è lo sbaglio di questa previsione calviniana? Nel fatto che quei sei requisiti hanno avuto negli ultimi vent’anni un’interpretazione e un’attuazione del tutto diversi ed anzi opposta a quella prevista da Calvino, la leggerezza si è trasformata in superficialità, la rapidità in pressapochismo, l’esattezza in arida pedanteria, la visibilità in esibizione, la molteplicità in trasformismo”.

E come dagli torto, caro Pica. Lo dicevo prima, eterogenesi dei fini. Si intravede una tendenza ma come quella tendenza si realizza, dove quella direzione porta dipende da numerose cause.

Ma quei requisiti, di cui parla Scalfari a proposito di Calvino, nella forma della previsione ad ampio spettro, pur contenendo altro – quell’altro per cui erano nati nell’im­maginazione dello scrittore, ovvero requisiti per una letteratura all’altezza della sfida al labirinto, annunciata fin dagli anni ’60 – quando, seppure a malavoglia si adattano e si prestano all’uso che questo nostro tempo ne fa, forse non possono essere considerati del tutto innocenti.

Senza immaginare colpe o responsabilità, ma sorvegliando invece i passaggi da una sensibilità ad un’altra, da un principio generatore di comportamenti ad un altro, da un punto di vista ad un altro, e infine da un sistema di necessità e fatti, in grado di orientare scelte e soggettività ad un altro, sorvegliando quei passaggi si raggiunge forse una maggiore comprensione del presente.

E così muovendo a ritroso, dagli effetti alle cause, si scoprono due modalità, che in parte ti ho già anticipate e che caratterizzano, sempre più, lo spirito del tempo.

Modalità ampiamente praticata da quella figura di artista contemporaneo, per come te l’ho descritto: la libertà performativa e il populismo. La prima intesa come possibilità individuale e solo soggettiva di cambiare le regole del gioco come e quando si vuole, il secondo come modello che permetta a tutti di sentirsi adeguati senza sforzo, ovvero la logica dell’audience televisiva e dei reality.

Voglio dire che non ci sono innocenti, che in ciò che succede siamo tutti coinvolti e se non è vero che il reale è anche razionale, ha però in sé le ragioni del suo essere reale, e in quelle ragioni ci siamo un po’ tutti.

 

Ma a proposito del rapporto fra modernità e post-modernità, nella mia finzione sceneggiata si fa avanti una nuova voce. M. Ferraris, in un intervento intitolato “Dal post-moderno al populismo”  su Alfabeta2,  scrive: “Prendiamo il primo e più importante degli assunti dei post-moderni  (M. Ferraris assume tra i post-moderni anche Nietzsche, che altri collocano al culmine della modernità, e quindi in questo caso moderno e post-moderno ancora di più si confondono). L’idea cioè che la verità e la realtà, il riferimento a un mondo esterno siano una nozione violenta e dispotica, di scarsa utilità pratica e di ancor più dubbia difendibilità teorica, visto che non esiste un mondo esterno cui riferirsi. In questo processo al mondo esterno i post-moderni manifestavano una sincera volontà emancipativa: verità e realtà sono nozioni ingombranti e vincolanti, si tratta di andare aldilà di esse, e poi anche del soggetto della metafisica, e ovviamente della scienza. Se si considera l’importanza della verità e della realtà all’interno delle pratiche quotidiane (…) si sarebbe detto che un così vasto disegno aveva sulla carta scarsissime possibilità di attuarsi, e invece è proprio quello che è avvenuto per esempio quando Ratzinger ha potuto servirsi della critica post-moderna all’oggettività scientifica per sostenere che dopotutto la condanna a Galileo era giustificata. 

“Un secondo nucleo del post-moderno era l’idea che – in seguito al declino della verità – si tratta di non aderire interamente alle proprie credenze, e di presentarsi come “teoristi ironici”, che non credono fino in fondo a quel che dicono e a quel che fanno. Anche in questo caso l’ispirazione di fondo era genuinamente emancipativa e non violenta: le guerre di religione sono scatenate da fanatici troppo convinti delle loro credenze, meglio prenderle con maggiore distacco. Ma le cose si sono realizzate, per così dire, fin troppo, con leader populistici che comandano a suon di barzellette, offrendo l’incarnazione (perversa o perfetta?) del “teorista ironico” (….) ma chi mai avrebbe pensato che si sarebbe governato con le comiche”? 

E qui la precedente domanda sulla innocenza di categorie formulate per usi diversi, ma poi adeguate e/o travisate si fa urgente e pressante. Quelle categorie sperimentate alla metà del secolo scorso, se non prima, nate come modalità emancipative si sono forse trasformate, deformandosi in altro, senza che ce ne siamo accorti?

• Se ne è forzato il senso, sono state adattate ad un uso improprio ed usate a fini non previsti e perversi?

• Contenevano già in sé, tra le diversi possibili interpretazioni ed usi, le ragioni della successiva deformazione?

• C’è forse un’alternativa all’opposizione netta tra innocenza e complicità?

È forse possibile immaginare che tutto ciò che la mente produce lo fa in un contesto, e in quel contesto ci si può muovere in alleanza o in conflitto, ma anche volando più alto e vedendo quindi più lontano. E quando si vede lontano, non sempre si vede bene. La miopia può impedire la distinzione esatta dei contorni delle cose. O anche si può vedere quello che si vuole o quello che ci è utile nel contesto dato, immaginandolo come utile a prescindere. Saranno poi gli occhi che verranno a vederne implicazioni e dettagli e i relativi esiti nei nuovi contesti che quelle idee pure avranno contribuito a produrre.

E allora caro Pica, proviamo a guardarlo questo nostro tempo attraverso quelle categorie protagoniste delle Lezioni americane di Calvino, così come sono state deformate secondo Scalfari nell’attuale realtà, ovvero la superficialità, il pressapochismo, la pedanteria, l’esibizione e il trasformismo (ed io tradurrei la consistenza in pesantezza e arbitrarietà, sempre più ingiustificata, del potere).

Per come le ereditiamo sembrano esattamente forme del tempo dell’ideologia del consumo. Quando questo non si presenta come uso, dei rapporti, dei ruoli, delle cose,  dei beni in genere – uso che ovviamente non può essere eterno ma soggetto al degrado e quindi al ricambio in tempi adeguati – ma invece ad un consumo che implichi e preveda prioritariamente proprio quel degrado. Lo prevede, lo programma, bene al di là di una fisiologia ma come ragione di un ricambio veloce, di una predisposizione all’obsolescenza sempre più accelerata e rapida. Un consumo al quadrato, un consumo del consumo (M. Cacciari).

Un consumo quindi che è sostanzialmente corsa alla rottamazione, o meglio è il consumo stesso, in forma di rottamazione continua, che lavora per la sostituzione di nuovi prodotti attraverso variazioni che non nascono per migliorarne la qualità ma per sostituirli, non soddisfazione di bisogni, ma necessità implicita ad una macchina produttiva in continua espansione, in un processo infinito, con il tempo, fra il prima e il dopo, che tende a contrarsi quasi fino a implodere.

E inoltre sui tempi e i modi di questo modello di società, che sposta l’accento dalla produzione al consumo, si articola, contemporaneamente causa ed effetto, interamente la vita degli uomini e delle donne. E così il tempo delle relazioni, il tempo della preparazione alla vita stessa, dei mestieri, delle professioni e infine il tempo fra il desiderio e la sua eventuale realizzazione, tutto si accorcia con il rischio tendenziale della contrazione implosiva, salvo poi diluirsi in un eterno presente senza storia.

La pubblicità con cui negli anni ’80 si introdusse la carta di credito, quasi in sostituzione della carta-moneta, a vantaggio prioritario delle banche, parla con voce chiara e forte.

Lo slogan era: togli l’attesa dal desiderio. Un’istantanea del nostro tempo.

Togli l’attesa dal desiderio, goditela in ogni momento, sempre e a qualsiasi costo. C’è solo un piccolo particolare di cui questa ideologia post-moderna non tiene conto, oltre ai costi vari con la spirale debitoria: se al desiderio togli l’attesa il desiderio scompare.

Il desiderio vive di assenze, non di non di presenze.

Lo spazio che lo divide dalla soddisfazione è un po’ come un elastico: lo si può dilatare o contrarre non oltre un certo limite, pena un senso di frustrazione e di impotenza nel primo caso, di inflazione nel secondo.

Anche qui più che di desiderio è forse meglio parlare di piccole voglie incentivate, che, secondo lo spirito del tempo, sommate tutte insieme e soddisfatte, dovrebbero restituirci nientedimeno che la felicità.

Ma al di là e prima di poter mettere un confine alle voglie, la retorica del primato del piacere, della soddisfazione immediata, della felicità a tempo pieno è un’ideologia su misura dell’eterno fanciullo edonista, incapace di porre un limite al principio di piacere per economizzare risorse da investire in cultura e civiltà.

Se non ricordo male, caro Pica, qualcosa del genere lo ha detto Freud.

Il perseguimento di una vita fondata esclusivamente su gratificazioni di tipo narcisistico, al limite dell’autismo, taglia fuori la possibilità di un piacere attraversato dal dover essere come qualità del legame sociale, e corre il rischio di invertire quel cammino che pure attraverso marce e contromarce, avanzamenti e arretramenti, da sempre cerca la strada verso un di più di civiltà.

È un pensiero apocalittico? Ho idee confuse!

 

Potenzialmente e in astratto sembriamo avviati ad un avvenire assai più ricco di molti passati prossimi e remoti. Abbondanza di risorse, almeno qui in occidente (ma anche qui non per tutti  e spesso distribuite in maniera troppo asimmetrica). Ma poche capacità di governo e, come per quei giovani che guidando auto potentissime con scarsa esperienza di guida e poca capacità di autocontrollo mostrano una propensione, spesso suicida, alla sfida assoluta,  rischiamo – sempre più orientati verso un individualismo predatorio e consumistico – l’incidente mortale.

 

Per governare un processo di continua espansione dell’offerta occorre predisporre una domanda crescente in maniera esponenziale. Una sorta di moto bulimico per l’acquisizione indifferenziata di beni di consumo, effetto e causa di quell’espansione.

E qui, caro Pica, per meglio entrare nel dettaglio, ancora un’altra voce. Con parole mie ti riassumo la tesi di uno studioso americano, Benjamin R. Barber in Consumati - Da cittadini a clienti, sull’ipercapi­talismo americano, che, con qualche variante, si adatta bene anche alle società europee e in particolare all’Italia. B. R. Barber sostiene che il capitalismo post-moderno dipende, per il proprio successo, dal consumo accelerato, dalla capacità di arruolare nelle file dei consumatori compulsivi fasce sempre più ampie di popolazione.  E, quindi, alla ricerca infaticabile di domanda disponibile e con adeguate risorse si imbatte nella necessità di stimolare, indirizzare e utilizzare al meglio due movimenti convergenti del nostro tempo. L’infantilizzazione degli adulti da una parte e l’emancipazione precoce – unita alla disponibilità di considerevoli risorse economiche degli adolescenti – spinta sempre più in là,  fino alle soglie dell’infanzia dall’altra, mettono a disposizione del consumo praterie di potenziali acquirenti facilmente governabili e condizionabili.

La tesi del libro è che l’ideologia  del capitalismo consumistico è radicalmente diversa da quella del capitalismo protestante descritta da M. Weber. Mentre la seconda era governata dal principio di autorità, dalla gratificazione differita, dal risparmio, e dalla responsabilità individuale, la prima, quella del capitalismo contemporaneo, è animata dal principio di piacere, dalla gratificazione immediata del consumo, e malgrado le molte petizioni di principio, dalla irresponsabilità individuale. Di modo che, seppure la distanza tra ideologia e realtà ne impediva una fotografia del tutto realistica, la dialettica così è ma invece così dovrebbe essere del capitalismo protestante, funzionava da possibile correttivo.  Nel caso invece di quello consumistico l’identità fra realtà e coscienza funziona da legittimazione del reale, risolvendo questa volta nel concreto l’affermazione di Hegel secondo cui il reale è razionale e il razionale è reale.

Ed è proprio promuovendo e usando questa convergenza, dove l’io voglio ha la priorità sul ci serve, che le strategie di marketing producono bisogni artificiali alimentando pulsioni regressive modulate sul profilo di un consumatore bambino. Adulti ridotti ad adolescenti e bambini apparentemente e forzatamente emancipati ed economicamente disponibili sono facile preda per un consumo governato dall’imperativo della rinnovabilità continua e della espansione  tendenzialmente infinita.

Noi qui, che Max Weber non l’abbiamo mai conosciuto, né tantomeno l’etica protestante, siamo forse saltati, come pure qualcuno ha sostenuto, dalla miseria della vita di campagna all’abbondanza dell’ipercapitalismo, senza mediazioni, con un duplice salto mortale.

Un attimo di riflessione, caro Pica.

Mi assale un dubbio. 

Una delle possibili obiezioni a questo tipo di ragionamento ha origine nell’afferma­zione che il superfluo è un valore aggiunto della civiltà. E cosa altro è il consumo abbondante, se non la strada che porta al superfluo e ci allontana dalla scarsità e dalla miseria? 

Sere fa, caro Pica, discutendo affettuosamente del più e del meno con un amico, seduti ad un bar in piazza dei Martiri, in sottofondo le reciproche biografie intrecciate ai destini del mondo, la domanda che, ad un tratto,  mi sentii rivolgere, anche se sostanzialmente autoriflessiva, fu: ma oggi siamo o no più liberi? Disponendo di maggiori possibilità – la tecnologia, l’elettronica, l’abbondanza di consumi – almeno qui in occidente, siamo più liberi e più felici di quanto fossimo prima? 

Ci pensai su e poi dissi: certo più liberi. Più felici chissà. Ma questa abbondanza viene distribuita in maniera troppo asimmetrica. E inoltre, più cresce, più crescono le opportunità e le potenzialità di tutti i tipi, più c’è la necessità forte di una distribuzione equa. E poi questa libertà (e questa felicità che forse c’è o forse no), ha costi a volte troppo alti, e spesso questi vengono socializzati e i benefici privatizzati. Bisognerebbe massimizzare i secondi e minimizzare i primi. Quei costi, caro Pica, sono in fondo l’oggetto di tutte queste pagine.

Poi la chiacchiera, come succede, andò per altre strade!

Adesso però mi viene in mente un’altra possibile risposta: siamo più liberi (più felici chissà!) a patto però di non dimenticare alcune regole improntate all’interesse generale, e la possibilità di praticarle, perché in una civiltà ipertecnologica, iperspecializzata, ipersettorializzata, tutti dipendiamo da tutti.

Il batter d’ali di una farfalla in oriente ha conseguenze in occidente.

Ma per un attimo, caro Pica, facciamo finta di vivere nel migliore dei mondi possibili, in quella profezia finalmente avveratasi di una società estetica di cui alla fine degli anni ’50 (addirittura!) parlava H. Marcuse, e guardiamola più da vicino questa libertà e questa felicità di cui tanto si parla. Due stati dell’animo che pare si realizzino prevalentemente sulle ali del consumo affluente da una parte e sulla potente ubiquità, sull’enfatizzazione e sulla pubblicizzazione espansiva delle tecnologie elettroniche (prima la televisione, oggi insieme a quella il computer, con internet e tutte le altre diavolerie) di cui molti conoscono più o meno vagamente le modalità d’uso, ma pochissimi i principi da cui tale uso ha origine.

Non c’è dubbio che il consumo abbondante e superfluo può dare piacere e soddisfare voglie che prima non immaginavamo neanche di avere (e chi ci dice che di nostro le avremmo avute?) ed è certamente vero che, a  differenza del passato, il consumatore – avendone la possibilità, dettaglio non ininfluente – è libero di scegliere fra infinite offerte.

Ma scegliere fra una scarpa Timberland o una Tod’s o, diversamente, fra un’autovet­tura Ford o una Fiat, al di là della sostanziale omogeneità ed equivalenza dei prodotti, è veramente un atto di libertà?

Cambiare ogni tot anni autovettura, rottamando la vecchia per la nuova, e fare così con i fidanzati e le fidanzate, i mariti e le mogli (con un avvicendarsi in tempi più accorciati che per le auto, forse perché costano meno. Ma non è detto almeno per mariti e mogli), ci restituisce un di più di felicità?

Non c’è ragione per nasconderci che poter comunicare in tempo reale con qualcuno dall’altra parte del pianeta sia effettivamente una cosa strepitosa, che spedire informazioni di ogni genere dovunque e in tempo reale amplifichi enormemente il potenziale degli uomini. L’avevano già fatto con possibilità molto più limitate il telegrafo prima e il telefono poi, ma il computer ha una potenza di ben altra natura. Lo spazio e il tempo acquistano un altro significato e un’altra dimensione. E forse non abbiamo visto che l’inizio.

Anche se questo è tempo di paradossi, le distanze e il tempo relativo a superarle si accorciano fino quasi a scomparire, ma in città a volte per percorrere pochi chilometri ci si mette di più di quanto occorreva in altri tempi a piedi o a cavallo.

Ed è certamente vero che attraverso il computer molti e moltissimi acquistano una identità pubblica. Anche questo era accaduto tramite la televisione ma (almeno) bisognava passare attraverso un qualche filtro. Doveva esserci almeno una qualche ragione di audience televisiva, per permettere  che ciò avvenisse. Con internet o cose simili tutti, e dico tutti, a prescindere, possono accedere con qualsiasi cosa qualsiasi prodotto della fantasia sana o malata che sia, alla visibilità pubblica.  Ma non finisce qui, l’intero pianeta è attraversato e governato da un complesso sistema tecnologico, forse potrei dire che il mondo è un sistema di sistemi di diverse tecnologie intrecciate e sovrapposte. Una sorta di sistema nervoso che arriva dal centro all’estrema periferia per poi tornare indietro, eliminando così contemporaneamente sia la stessa categoria di centro che quella di periferia, rese cosi intercambiabili.

E questo aumenta a dismisura, rispetto ad un passato nemmeno tanto lontano, le potenzialità e le possibilità degli uomini.

E allora siamo veramente nel regno dell’abbondanza? Abbondanza di tutto, di beni di consumo, di informazioni, di tecnologie e quindi di libertà? Ma se, in linea di principio e non solo, l’abbondanza è meglio della scarsità, siamo certi che questa abbondanza non abbia un costo forse eccessivo? E inoltre siamo sicuri che anche l’abbondanza non abbia controindicazioni?

L’obesità può portare alla morte.

Il nostro tempo, caro Pica, si trova alla confluenza di due grandi processi che, fra l’altro, spesso si incrociano e si sovrappongono: il consumo espansivo ed opulento e la tecnologia elettronica con la sua potenza.

Per un verso viviamo dentro un enorme e potentissimo sistema comunicativo, in tutto e per tutto strumentale al consumo in tutte le sue forme (crisi permettendo). Tutto è ormai comunicazione, si può dire, mass-mediatica. Dal sistema dell’arte al sistema della politica, al sistema dell’informazione passando per il sistema pubblicitario propriamente detto, che informa di sé e omologa a sé, offrendosi come una sorta di metalinguaggio generale, una grammatica ed una sintassi, su cui per analogia sono costruiti prima, e tradotti e interpretati poi tutti gli altri. 

E così l’intero sistema comunicativo, tutto l’apparato simbolico di cui ampiamente dispone la società contemporanea, nel suo complesso produce un gigantesco spot pubblicitario, un’unica narrazione possibile elevata a modello, che disegna un narcisismo banalizzato sottoposto alla spasmodica ricerca di una ipotetica felicità a basso costo, misurabile unicamente in termini di consumo e quindi di potere economico. Sottolineo banalizzato perché c’è la possibilità, c’è stata in altri tempi, e forse c’è ancora, di un narcisismo ad ampio spettro che si gloria di un interesse rivolto verso gli altri, che ha come obiettivo gli altri. Un narcisismo ed un egoismo lungimirante che conosce le ragioni della società in cui vive e di cui oggi sembrano essersi perse le tracce.

Un gigantesco spot che, attraverso la tecnica dell’espungere dal discorso il principio di non contraddizione e superando definitivamente la logica del terzo escluso, produce una rappresentazione apparentemente pacificata e omologata. E così ogni significante, simbolico o no, rappresenta non uno ma molteplici significati, spesso autocontraddittori, che si elidono tra loro risultando a somma zero e realizzando così in definitiva, forse per vie perverse, le utopie degli anni ’60? (ti ricordi Robbe-Grillet? ma vatti anche a rivedere quello che dice, a proposito della verità, Ferraris su Micromega e, in risposta, le argomentazioni di Vattimo, che non mancano di ragionevolezza). 

E d’altra parte assistiamo ad un enorme processo di travaso di competenze, capacità, manualità, calcolo e conoscenza alle macchine elettroniche.

La tecnologia da sempre è stata la nostra protesi. Con la meccanica abbiamo prima potenziato e poi quasi sostituito gambe e braccia, oggi con l’elettronica siamo passati alla testa ed al cervello, chissà se domani non li sostituiremo!

È vero che abbiamo fatto questo fin dall’inizio, producendo quelle protesi che servivano per migliorare le nostre prestazioni, il dubbio è che la quantità e la qualità di queste ultime superi di gran lunga tutte quelle precedenti (un antico dibattito, ritorno ancora indietro agli anni ’60 e mi viene in mente quello che diceva un allora giovane ed integrato Eco in polemica con l’apocalittico Zolla ne Il menabò 5). Lo abbiamo fatto per potenziarci, per alleggerirci dalla fatica, per velocizzare qualunque tipo di operazione, infine per semplificarci la vita. Oggi però, come conseguenza, forse controindicazione, si produce una sorta di analfabetismo di ritorno, moltissime cose (forse quasi tutte quelle) che sapevamo fare, che avevamo imparato a fare, le abbiamo dimenticate, ne abbiamo imparate altre, ma quasi tutti (se non tutte) relative all’uso della macchina.  È la macchina che fa, che sa fare le cose, noi ci limitiamo a chiederle cosa fare. È la macchina che sa quanto fa 5 per 4 o 10 diviso 2, noi le chiediamo il risultato. E se le macchine sanno fare le cose e noi sappiamo solo chiedergliele, chi è che governa l’altro: noi la macchina o la macchina noi? E se oggi, con qualche buona ragione, ancora possiamo dire che il pendolo oscilla a nostro vantaggio, cosa succederà da qui a qualche ulteriore passo avanti?

Non è che dietro la maschera della democrazia occhieggia, si intravede, la tecnocrazia, un sistema fondato sulla superspecializzazione e parcellizzazione di pochi. Pochi con conoscenze super specializzate e parcellizzate contro una base larghissima di consumatori istupiditi e infantilizzati, inseriti nel processo produttivo, tutti nei ruoli del terziario e del quaternario, con mansioni sempre più ripetitive e deresponsabilizzate, cresciuti nel mito dell’eterna giovinezza e della felicità a colpi di consumo, da governare con quella mitologia che elimina la distanza per far credere che siamo tutti uguali, e che quella stupidità e infantilizzazione utilizza, dirige ed incentiva.

Una descrizione apocalittica e da romanzo di fantascienza datato?

È probabile – non lo nego.

 

Arrivato fin qui, caro Pica, vorrei cercare di avviarmi all’uscita: alla conclusione seppure provvisoria, ricordando alcune parole chiave che mi hanno accompagnato in questo lungo sproloquio, ma che hanno accompagnato esplicitamente e/o implicitamente la vicenda della produzione artistica da quando, dopo aver perso definitivamente la forma come modello esemplare, obiettivo limite, mediazione possibile fra essere e non essere, si trasforma in avanguardia, affiancandosi da presso a tutte le utopie possibili e guardando, di volta in volta, al passato o al futuro, al futuro in nome del passato e al passato in nome del futuro. Quelle avanguardie, mentre trovavano la loro legittimazione nella iconoclastia e nel rifiuto della tradizione, in coppia con le utopie agitavano, nelle opere o nei proclami, vessilli di buone intenzioni, parole d’ordine per definire e raccontare sia la terra sognata che quella da cui occorreva assolutamente allontanarsi.

Quelle parole, di cui è disseminata questa lettera sopra o sottotraccia sono:  felicità, tempo libero, abbondanza, infanzia, innocenza, armonia, estetica diffusa, piacere, libertà. Tutte belle parole, piene di speranza e di voglia di trasformare il mondo e la vita.  Tra tutte queste parole ce ne era una non detta, un’idea inespressa, ma implicita in tutte le voglie di futuro non solo delle avanguardie culturali ma anche di quelle politiche. Quell’idea era dietro tutte le speranze teleologiche, e dietro tutte le armonie auspicate. Una voglia di futuro che finiva però per disegnare un confine netto. Una voglia di futuro che si chiudeva in un presentimento impaurito dalla fine, ma esorcizzabile nella speranza di un paradiso in terra. Nel passaggio dalla trascendenza all’immanenza il paradiso della religione si era trasformato nell’augurio di un tempo dove la Storia potesse trovare una sosta, riposare all’ombra di un eterno presente che solo l’immobilità di una qualche morte potrebbe restituirle. Di un eterno presente dove, stanca della lunga galoppata che l’ha portata fin qui, può finalmente fermarsi in un tempo senza tempo.

Era forte la nostalgia, una nostalgia per un oggetto mai esistito in maniera definitiva, solo sfiorato, solo immaginato, una nostalgia per la quiete, per l’armonia della forma, per la riunificazione dei separati, degli estremi, degli opposti, il sogno hegeliano di mediare fra spirito e mondo e forse del primato dell’essere sulla tempesta del divenire.

E così tutte le avanguardie e le culture del moderno, sia che si ponessero contro con furore iconoclasta – resistenza del no al presente e al passato – sia che ragionassero in termini di progettazione possibile per un futuro diverso, avevano come retro pensiero un’idea tragica dei rapporti con il mondo ed una voglia di fuga dalla storia con i suoi conflitti a catena e le sue contraddizioni infinite e sostanzialmente irrisolvibile in maniera definitiva.

Una sconfitta generosa o una illusione fin troppo ottimista?

La storia risolve meno problemi di quanti ne produce. 

Ma quelle parole che dicevano di una voglia di paradiso – di un paradiso fin troppo simile a quello dove tutto era iniziato – oggi sembrano animarsi di una presenza perversa al cospetto di un potere che racconta di poterle realizzare.

Un abbaglio, un illusione, la pubblicità di quel potere nascosto che, traghettando quell’illu­sione fino a noi, promette ciò che mai potrà mantenere?

Quella voglia, insieme a quelle parole che l’hanno rappresentata e raccontata, ha forse trovato una realizzazione possibile nel nostro presente post-moderno, ipercapitalistico, e consumistico?

Ma qui questo interrogativo ripete pressappoco quell’altro dell’inizio con cui avevo aperto e che poi mi ha accompagnato lungo tutta questa fin troppo lunga lettera. Caro Pica, così il cerchio si chiude portando la conclusione nei pressi dell’incipit. Fuori del cerchio, in posizione tangente, un’affermazione o una domanda rubata a un vecchio film che dice, cito a memoria, eravamo partiti con l’idea di cambiare il mondo ma alla fine è il mondo che ha cambiato noi e le nostre idee, adeguandole bene o male alle proprie necessità.

Ti saluto 

Antonio 

Napoli, 1° ottobre 2011

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