Caro
Pica,
questa
volta vorrei parlarti del presente, ma anche di un pezzo di storia che ci
appartiene. Voglio parlartene alla luce di un dubbio e di un interrogativo che
da tempo mi agita attraverso domande di vario tipo: esiste una relazione tra le
idee che avevamo e che avevo negli anni ’60 e ’70 quando eravamo giovani
e forti e quelle che poi hanno vinto facendosi realtà? Quelle idee, che
allora erano considerate di avanguardia, paradigma della modernità, in avanti
rispetto al “buon senso” di allora, hanno forse contribuito a produrre
alcuni dei fatti dell’oggi, per filiazione perversa o no che sia?
Più
in generale c’è un rapporto di continuità o di discontinuità tra quel
passato ed il presente? Il primo anticipa o no il secondo? E
quell’avanguardia, in quanto esplorazione e progettazione del futuro, ha con
noi oggi e con la nostra realtà un qualche rapporto?
Un
dubbio e alcune domande che mi spingono ad un tentativo di una qualche risposta.
Devi sapere, caro Pica, (ma forse già lo sai) che all’epoca ero fortemente
sospinto verso l’avanguardia che sentivo adeguata alla mia, diciamo così,
identità in formazione, ma anche un utile schermo dietro il quale nascondermi
mentre, a tentoni, mi cercavo.
In
quegli anni stavo faticosamente compiendo un rito di passaggio.
Quell’uccisione del padre che, con qualche anticipo sulla generazione dei
sessantottini, mi evitava di farmi
ligio ad una morale che a me sembrava ottocentesca e piccolo borghese.
Oscillavo
cosi sospeso fra una forte necessità di anticonformismo, identificata in quella
cultura che attraverso le arti figurative, la letteratura, la poesia e il
teatro, voleva scrivere le pagine di una modernità appena scoperta, e la
nostalgia per una conformità che, forse per inadeguatezza o per mancanza di
apprendistato, avevo scarsamente incontrato sul mio cammino.
Ma
questa volta, caro Pica, non voglio parlarti di storie personali ma di idee, e
come ti dicevo, delle loro eventuali realizzazioni, perverse o no che siano.
Al
presente si può guardare come ad un problema o ad una opportunità, e seppure
con riserva e sospetto credo convenga la seconda ipotesi. Anche se allo stato
dei fatti l’ottimismo è un esercizio non certo facile. Dal presente non si
scappa. Certamente non nel passato, non conviene. Tutt’al più nel futuro. Ma
con quale risultato è tutto da verificare. E allora procediamo per indizi,
sulle tracce di alcune di quelle idee e verifichiamone le eventuali conseguenze
e realizzazioni.
Anno
1963, quasi 50 anni fa, il numero 6 della rivista Il menabò edita da
Einaudi, costo 1500 lire (oggi circa 80 centesimi, altri
tempi), un intervento di Guido Guglielmi, all’epoca componente del Gruppo 63,
l’avanguardia che più avanguardia non
c’era, sulla narrativa di Alain Robbe-Grillet (altra avanguardia).
Ricorderai,
caro Pica, era uno scrittore francese, della cosiddetta école du regard,
autore fra l’altro di romanzi come Le gomme, Labirinto, Voyeur, ecc.,
ma anche sceneggiatore di cinema, in particolare di quel film, L’anno
scorso a Marienbad, che all’epoca ho visto, credo, più di una volta.
Un
passaggio di quell’intervento: “seguire B. Morriset che muove dalla
psicologia per spiegare il romanzo è un metodo oltretutto non autorizzato dal
Robbe-Grillet il quale ha inteso destituire i vecchi miti della profondità,
esorcizzare il cuore romantico delle cose, ossia liberare gli oggetti e liberare
la scrittura“.
I
vecchi miti della profondità – memorizza il sostantivo “profondità”, ti
servirà in seguito.
A
lato le chiose con cui, in quei lontani anni ’60, commentavo quel
passaggio e l’intero articolo: ”l’orizzontalità superficiale
di R. G. contro la prospettiva quattrocentesca. La morte del soggetto
contro l’umanesimo occidentale, segno violento della democrazia. La violenza
delle gerarchie che nascondono, dietro un ordine apparentemente tecnico e
funzionale, un ordine sociale fortemente asimmetrico e vessatorio”.
Oggi,
nella convinzione che la democrazia non è un sistema perfetto,
ma quello meno imperfetto sin qui sperimentato (e comunque occorre diffidare di
chi cerca la perfezione), vedrei le cose diversamente.
Ma
allora quella superficialità, che si deduceva per opposizione, sembrava un
rimedio alla polvere del tempo depositata sul “senso” nella sua qualità di
significato unico ed ultimo e quindi sugli oggetti. Un rimedio che si serviva
della vista per descrivere quantità misurabili – la quantità essendo
l’unica a potersi permettere, ancora per poco, il privilegio dell’oggettività
– e non qualità ad alto tasso di soggettività.
Per
ripulire le cose dalla retorica del romanticismo occorreva predisporle ad una
razionalità che, raffreddando le passioni, si indirizzasse verso procedure
avalutative la cui giustificazione e funzionalità fosse dovuta esclusivamente
alla risoluzione di problemi segmentati e parziali.
Ma
Robbe-Grillet faceva ancora un’altra cosa a compimento di quel lavoro di
ripulitura, e puntualmente ce lo descrive G. Guglielmi quasi a conclusione del
suo scritto: l’operazione di R.-G.
è consistita nel disgregare il senso (….) nel tendere al massimo la distanza
tra significante e significato, fino al punto cioè oltre il quale il rapporto
si spezzerebbe e non resterebbe più nulla.
Ma
quella distanza è un po’ come la corda che a troppo tenderla si spezza, che
è quanto sembra essere effettivamente accaduto: l’affermazione di Guglielmi
appare oggi come una profezia e/o un avvertimento. E, d’altra parte, quel
rischio ipotizzato, quel limite avvertito come non superabile già lasciava
presagire l’imminenza di una rottura.
Se
nel segno quel rapporto indissolubile fra il significato e il
significante, le due facce di una stessa medaglia,
poteva anche spezzarsi, tanto indissolubile non doveva essere!
Già
non esisteva una sola verità! Non c’era il Dio buono di Cartesio ad
assicurarci la corrispondenza univoca tra quello che crediamo di vedere e quindi
di descrivere e quello che è. ,Esistevano
ed esistono molte verità!
Il
senso ultimo si era spezzettato in tanti piccoli significati e in tante piccole
vite!
In
seguito mi sarebbe stato chiaro che il problema era come tenerle insieme quelle
piccole vite. Senza eccessivi soprusi, vessazioni, ingiustizie, e asimmetrie. Mi
sarebbe stato anche chiaro che non si trattava di pensare società perfette.
Meno imperfette quello sì.
Ma
allora pensavamo che la critica degli assoluti sarebbe bastata, che sarebbe
stato sufficiente svergognarli, perché quella modernità che cercavamo
coincidesse con il relativo.
Oggi
quel relativo ci appare sì liberatorio ma non rassicurante.
Bisogna farci i conti tutti i giorni, e richiede molta fatica.
La
libertà è più faticosa della dipendenza e dell’obbedienza.
E
cosi, insieme a R.-G.
e in compagnia di G. G., allora risolvevamo la questione riducendo la scrittura
al suo grado zero, il senso in nonsense.
Eravamo
a ridosso di un paradigma razionalista proprio della modernità, ma anche alla
sua critica?
Volevamo
sia l’una che l’altra ad ogni costo?
Poi,
almeno di modernità, in un certo senso, ne abbiamo avuta fin troppa, o forse
non l’abbiamo ancora avuta, o ne abbiamo avuta poca e distorta.
Ognuno
scelga la risposta che più lo convince.
Qui
ti avverto che vorrei continuare costruendo una sorta di finzione sceneggiata a
più voci, tra cui di tanto in tanto ascolterai anche la mia.
Un
salto avanti, dal 1963 al 2010.
La
Repubblica
del 26 agosto. Un lungo articolo di Alessandro Baricco.
L’occhiello:
uno scrittore viaggia nel futuro, alla scoperta di un’era
dominata dalla superficialità. Con una sorpresa: non sarà poi così
male. Il titolo: 2026 la vittoria dei barbari.
In
sintesi il senso dell’articolo è che in seguito ad una sorta di mutazione
genetica si è prodotta una cultura (o al contrario, in seguito ad un cambio di
cultura, si è prodotto una sorta di mutazione genetica) che ha cancellato dal
mondo la “profondità” con il suo frutto più succoso il senso, per disporlo
invece nei mille siti distribuiti qui e là in superficie e resi accessibili e
digitalizzabili attraverso spostamenti continui, veloci e appunto superficiali.
Caro
Pica, una citazione dall’incipit: l’ultimo che ho
visto crollare, dopo aver vacillato a lungo con grande lentezza e dignità, mi
ha emozionato, perché lo conoscevo bene (…). Più che uno, è una: la
profondità, il concetto di profondità, la passione per la profondità. Forse
qualcuno se li ricorda, erano animali ancora in forma, ai tempi dei barbari. Li
alimentava l’ostinata convinzione che il senso delle cose fosse collocato in
una cella segreta al riparo della più fragile evidenza (…) accessibile solo
alla pazienza, alla fatica, all’indagine ostinata. Alessandro Baricco
scommette, a partire da un presente agitato da trasformazioni radicali, in un
futuro che quelle trasformazioni risolva in positivo. Fa quello che dicevo
all’inizio, guarda al presente con ottimismo e traccia un percorso che dà
senso a quell’ottimismo e, descrivendo al 2026 quello che ormai è accaduto,
scrive: “la superficie è tutto, e in essa è scritto il senso. E da quando
abbiamo maturato questa abilità, è quasi con imbarazzo che subiamo gli
inevitabili sussulti del mito della profondità”, e poi conclude con una
costatazione a metà tra la partecipazione attiva e la inevitabile registrazione
dello stato di fatto. “La mutazione ha generato comportamenti, ridistribuito i
privilegi: ora so che in tutto ciò è sopravvissuta la promessa di senso (…)
sicuramente tra coloro che sono stati più svelti a capire e a gestire la
mutazione ce ne sono molti che non conoscono quella promessa (…) ma è
l’unico modo che conosciamo per consegnare in eredità, a chi verrà, non solo
il passato ma anche il futuro”.
Ottimismo
si, ma forse eccessivo, e comunque una spruzzatina di senso critico non farebbe
male.
Quella
previsione al 2026 rappresenta una vera tendenza del presente?
Se
è così bisogna ammettere che quella superficialità dei romanzi di R.-G.
ha preso corpo. Si è fatta realtà seppure in modi diversi. Uno per tutti la
rappresentazione televisiva, la cifra del nostro tempo, dove il racconto,
orientato costantemente all’indifferenziato, senza ordine e gerarchie, è
perfettamente neutralizzato e privato di qualsiasi significato.
Caro
Pica, attraverso la lente di quel passato, prima presente e poi, minuto per
minuto, futuro, mi sembra di vedere quel dipinto di Mark Tansey, descritto da
Arthur C. Danto, un altro un po’ apologeta del presente, nel suo libro Oltre
il Brillo Box, che raffigura lo scrittore Alain Robbe-Grillet, sempre lui,
impegnato a pulire gli oggetti del mondo dal loro significato.
Quegli
oggetti, ripuliti dalle incrostazioni della storia, alleggeriti dal peso del
passato, hanno poi preso definitivamente, forse per eccesso di zelo, la strada
del silenzio e ormai quasi non parlano più?
Sono
muti?
Oggetti
muti non fanno “mondo”.
Un’immagine
simbolica che c’interroga sugli anni ’60 come propedeutici del nostro tempo,
o meglio ancora di quel 2026 punto d’arrivo di un lungo processo storico?
Anticipazione
dell’ieri nel presente e poi in un domani irriconoscibile?
Da
parti contrapposte ci si esercita in letture pronunciate all’ombra della
nostalgia – ragioni per una qualche scontentezza ce ne sono a iosa – o in
alternativa, che addossano interamente (o quasi) le responsabilità per i guai
di oggi a quel passato di cui sopra.
Sono
proprio gli anni fra il ’60 e il ’70 ad essere letti, di volta in volta,
come un’epoca, radicalmente diversa dall’oggi, in cui tutto andava bene o,
al contrario, riassunti più o meno nel ’68 come data simbolica, interamente
responsabili delle contraddizioni attuali.
Forse
quel mio cauto ottimismo si sta trasformando in pessimismo?
Ma
forse, caro Pica, posso cavarmela cosi: evidenziare le cose che non ci
piacciono, non significa che non ce ne siano altre che invece ci piacciono. O
forse sono proprio le cose che non ci piacciono che, guardate da altri punti di
vista, invece ci piacciono.
Ma
procediamo con ordine.
Può
darsi che quegli anni possano avere una qualche responsabilità nello sfascio
della scuola o nella cosiddetta deregulation, ma bisognerebbe ricordare
alla destra, che spesso si fa portatrice di questa vulgata, che il frutto
avariato di quegli anni riguarda particolarmente loro. Una destra così incline
a giustificare ogni comportamento con in testa niente altro che l’interesse
privato, preferibilmente in atto pubblico, senza nemmeno la necessità,
ipocrita quanto si vuole, di mascherarlo in qualche modo, fino al punto, per
esempio, di chiedersi, pubblicamente, come sia stato possibile che altri abbiano
contribuito all’acquisto della propria casa a propria insaputa, questa
destra non sarebbe possibile senza una qualche filiazione dalla necessità di
quegli anni di azzerare regole sociali e di costume antiquate e ormai
inadeguate, fluidificando tutti gli statuti normativi e accelerando così, non
senza ragioni, il processo di trasformazione neocapitalistico, che sarebbe poi
approdato alla liquidità contemporanea. Regole che però una volta cancellate
occorreva ricostruire tenendo conto delle mutate necessità e della diversità
dei nuovi tempi. Ed è questo che non è stato fatto o è stato fatto male.
Sono
però convinto che qualche responsabilità quegli anni ce l’hanno e quindi
tutti noi con loro che, fosse anche solo per ragioni generazionali, in ruoli
diversi, attivi o passivi, in quegli anni, quel sistema di regole abbiamo
contribuito ad abbattere.
Caro
Pica, continuando a passeggiare fra libri e idee, alla ricerca di una trama tra
l’ieri e l’oggi mi imbatto in Z. Bauman, che da tempo si adopera per
descrivere e analizzare il tempo della post-modernità, guardando
contemporaneamente avanti e indietro.
In
un recente libro (Vite che non possiamo permetterci. Conversazioni con Citlali Rovirosa-Madrazo)
B. disegna quattro figure ereditate dalla modernità che, opportunamente
shakerate, ci restituiscono un profilo con valore di metafora per il presente.
Una
sorta di maschera animata dallo spirito del tempo, ossessionata dal
terrore dell’immobile e perciò stesso predisposta e vocata ad una specie di
moto perpetuo.
Ma l’ossessione è un sentimento che è possibile provare solo per ciò da cui
si dipende o che, in qualche modo, ci abita!
È
il futuro alle porte che ci incalza col divenire, o l’immobilità
dell’eterno presente?
Le
figure: il flâneur,
il vagabondo, il turista, il giocatore.
Queste
figure non sono forse forme della dissipazione?
E
la dissipazione non è forse una volontà suicida anticipata, prodotta dalla
paura della morte nella illusione almeno di sceglierla e sceglierne tempi e
modi!
Per
ora, seppure a modo mio, ma con l’ausilio di B., entriamo nel merito di queste
figure.
•
Il flâneur
è figura dell’estraneità e dell’indifferenza. Una specie di prototipo
autistico del borghese individualista e solitario con e nella folla.
Collezionista di molteplici vite proprie e altrui, vissute come episodi senza
passato e senza conseguenze.
Metafora
dell’impossibile appaesamento, dello straniero in un mondo dove siamo ormai
tutti un po’ stranieri.
•
Il vagabondo, amplificazione con aggiunta una vocazione suicida, per necessità
o per scelta, del flâneur, vaga anche lui senza meta in un percorso di
dissipazione.
•
Il turista,
che – sempre nostalgico di casa ma sempre in giro, sempre in cerca di continue
disconferme alla conformità indifferenziata del mondo, oggi in particolare,
identico (o quasi) ovunque – si spinge sempre più in là alla ricerca di un
impossibile altrove in una rinnovata maledizione di Sisifo.
•
Il giocatore,
cui non basta l’eccitazione della vita perché insegue una vita di eccitazione
dove l’ultimo segmento in ordine di tempo, dimentico di ogni passato, è
sempre il primo di un nuovo e inedito dito in culo, sollecitazione
indispensabile per ogni presente.
Caro
Pica, prendi queste figure, girovaghi e avventurieri anticipate, in versione
positiva, da G. Simmel, o forse meglio forme di quel desiderio di rendere
conforme il disforme e disforme il conforme, eccezioni nel mondo moderno ma
regola in quello post-moderno, e mischiale avendo cura di ottenere un composto
relativamente omogeneo, ma non troppo, in cui le singole caratteristiche non
scompaiono ma si organizzino in gerarchie transitorie, sintesi momentanea, con
un “io” egemone in qualità di leader, ed avrai un’identità possibile,
questa volta ordinaria della personalità contemporanea. Risultato di un lungo
processo di moltiplicazione del singolare in plurale.
Dall’identità
monolitica assicurata per discendenza diretta da un qualche Dio all’identità
plurima e provvisoria all’altezza delle attuali e molteplici narrazioni, tutte
immanenti e nessuna con possibili rassicurazioni metafisiche.
Ma
il composto, mi sembra, manchi ancora di qualcosa. Di mio, al di fuori della
ricetta Bauman, aggiungerei la figura dell’artista contemporaneo nelle sue
varie manifestazioni.
Soggetto
schizofrenico per eccellenza, votato alla molteplicità della forma, in rapido
cambiamento, professionista sempre in cerca della novità, nomade per
definizione, è un portatore sano di libertà. Di quella particolare libertà in
grado di inventarsi da sola le proprie regole, salvo cambiarle persino in corso
d’opera: la libertà performativa.
Anche
questa, già sperimentata dalle avanguardie nell’enclave separata del mondo
dell’arte, oggi tracima pervasivamente in ogni spazio possibile.
Tutto
è arte, niente è arte.
Mischiando
a quel composto questo nuovo ingrediente, l’opera è completa. La nuova
identità che ne deriva così attrezzata, può andare per il mondo alla ricerca
della felicità. Senza indugio, leggera, libera da impacci, per godere in pieno
della moltitudini di possibili biografie, di scelte alternative, di nuovi inizi
e nuove fini, senza dover rispondere a giudizi, endogeni ed esogeni che siano,
da parte della morale, dell’ideologia, della coerenza, ma nemmeno del buon
gusto e del buon senso.
Tutti
i giudici sono stati espulsi dalla storia insieme a quell’altro anziano
signore il cui nome è Dover-Essere.
Paradossalmente
ne è rimasto uno solo: il principio di piacere cui sottoporre ogni principio di
realtà.
Ed
ora Freud si rivolta nella tomba!
Al
mercato è sempre possibile acquistare nuove identità come abiti adatti per le
varie occasioni pubbliche o private.
Ma
è proprio così?
Ed
è proprio questa la felicità che ci avevano promessa?
E
se provassimo a rovesciare il quadro, o almeno guardassimo dietro le apparenze?
La
scuola del sospetto servirà pure a qualcosa!
Nell’epoca
del pluralismo e della libertà, assistiamo alla fine delle grandi narrazioni,
come ormai si ripete da almeno 30 anni, e quindi alla definitiva scomparsa degli
assoluti.
Quella
sparizione degli assoluti la cui crisi, passando per gli anni ’60, risale
almeno al dubbio cartesiano che l‘aveva inaugurata, e che Nietzsche concluderà
con la constatazione della morte di Dio, apre due strade possibili. Da
una parte quella della irresponsabilità e dell’arbitrio. Se Dio è morto
niente più è proibito, ogni morale è inutilizzabile, ogni comportamento è
uguale ad ogni altro. L’altra è quella che a partire dalla costatazione della
propria solitudine gli uomini si assumano la responsabilità delle proprie
azioni senza garanzie metafisiche, senza protezione, con tutti i rischi del
caso.
Ma
quando niente è più in piena luce, e questa non viene più dall’alto
assicurando illusorie certezze e colori, quando infinite piccole narrazioni sono
possibili e il pensiero è debole, allora occorre una luce artificiale forte,
portata costantemente con sé. Quando non esistono ricette e prescrizioni per
tutti, i singoli debbono provvedere in proprio, sopperire individualmente
attraverso un di più di capacità di orientamento e attraverso una dotazione
forte di strumentazioni, per interpretare il mondo e orientarcisi. Diversamente
tutto sarebbe grigio nella oscurità e ancora una volta saremmo costretti ad
affidare le scelte a qualcuno che non siamo noi.
Forse
all’uomo forte, carismatico e deificato?
Qualcuno,
di recente, ha parlato di servi per scelta!
In
quello stesso momento, la libertà diventerà un’illusione. Anche quella che
inventa da sola le sue regole.
Caro
Pica, non voglio colpevolizzare la funzione del potere, che, come servizio
sociale, è il vigile urbano, il regolatore del traffico fra i cittadini e la
totalità dei beni circolanti. Singolarmente nessuno potrà essere responsabile
e soggetto attivo in tutto e di tutto, in un mondo che – sempre di più
allargandosi – diventa complesso e articolato in infiniti insiemi e
sottoinsiemi.
Né
tantomeno mi sembrano credibili soluzioni anarcoidi per un assemblearismo
generalizzato e parolaio. Gli anni ’70 ci provarono, ma è finita come è
finita. La cosiddetta democrazia dal basso, spinta alle estreme conseguenze, è
pura fantasia infantile. Ma il rapporto fra l’unico (o gli unici) e il suo
doppio, fra il ceto dirigente e le masse, non può essere a senso unico né può
essere una relazione semplificata. Quel rapporto dovrebbe tendere ad una
successiva ma sempre più matura articolazione con un punto di fuga, per
definizione, irraggiungibile, che sta lì ad indicare la necessità di un
riequilibrio continuo nei rapporti di forza, per quello che è possibile, nelle
forme e nei modi più adeguati. E questo richiede un di più di informazioni,
maturità, cultura, senso critico, indipendenza di giudizio e non acquiescenza,
fede, idolatria e infine indottrinamento a senso unico.
Certo
la democrazia in epoca di post-modernità si muove sempre più sul filo di un
paradosso. Distribuisce poteri e ricchezze, non sempre in maniera lecita, a
figure che per poter continuare a gestire quel potere e quella ricchezza debbono
apparire come esecutori della volontà popolare. Una volontà costruita per
sommatoria statistica dall’intero sistema di comunicazione. Un sistema gestito
da settori di quello stesso potere. Di modo che, dove finiscono gli interessi
generali e cominciano quelli particolari, dove finisce la sommatoria delle
spinte di parte e inizia il ruolo di mediazione e indirizzo della politica è
cosa sempre più incerta. E il potere, che dovrebbe tradursi in capacità di
guida e di orientamento nelle soluzioni a problemi di interesse generale, sempre
più si caratterizza per la brutale capacità di servire l’egoismo e il
narcisismo di chi lo esercita.
Accade
che unendo invece alla crisi degli assoluti una dose massiccia di cinismo a buon
mercato (solo verso gli altri e mai
verso se stessi) si legittima e si generalizza proprio quell’egoismo e quel
narcisismo, andando così incontro alla prima soluzione, quella a costo zero.
Quasi
a dire: se Dio è morto, ci sono
Io.
Così
il rapporto fra gli uomini, i loro ruoli, le loro qualità e i loro
comportamenti si colora di agnosticismo, i “relativi” non più in
concorrenza possono convivere nella più totale noncuranza reciproca e di
assoluto rimane solo l’indifferenza.
Quella
indifferenza che viene da lontano, dal regno dell’indifferenziato, lì dove la
coscienza prese le mosse per stabilire l’ordine umano sulla natura; ed è lì
che forse vogliamo tornare?
Quel
pluralismo selvaggio e cinico, indifferente ad ogni valore, promette, senza
verifica alcuna, felicità a basso costo, quella del consumo per tutte le
tasche, ma distribuisce invece più precarietà e più insicurezza. Il tutto
condito con l’illusione della mobilità che, sempre più improbabile, è stata
man mano sostituita dalla mitologia della prossimità. E così i vincenti,
eliminando nell’illusione mediatica, ogni distanza e passando dall’aura
del concreto all’aura dell’astratto, dalla qualità alla quantità, debbono
sempre più rassomigliare all’uomo medio per permettergli una miracolosa
quanto compensativa identificazione.
Solo
così può prodursi il miracolo di un potente piccolo, bruttino, inelegante, non
spiritoso, non colto, che diventa alto, bello, elegante, spiritoso, colto, amato
dalle donne belle e giovani, per promettere a tutti che se ce l’ha fatta lui,
puoi farcela anche tu.
Il
Grande fratello ti aspetta.
Ma
non anticipiamo ciò che potrebbe sembrare solo un facile paradosso.
Faccia
un passo indietro a quelle quattro figure di cui ti dicevo. Ricorderai, caro
Pica, che non erano estranee alla modernità, anzi qualcuno, in passato, vi
aveva letto tratti tipici, risposte o adeguamenti che il passaggio dalla comunità
alla città, dalla civiltà propriamente contadina alla società industriale,
avevano prodotto. Nella modernità,
in presenza di un certo tipo di regole che lasciavano margini maggiori alla
soggettività, quelle figure erano una risposta individuale,
seppure dissipativa o eccezionale,
a quelle stesse regole. Forme della insofferenza o della incapacità,
sceglievano o subivano la strada della marginalità anche a costo della propria
salute mentale, del proprio portafoglio, della propria reputazione. Erano
insomma eccezioni che confermavano la regola, ma anche trasgressioni che
forzavano i limiti, che spingevano più avanti la frontiera, che indicavano
mancanze e carenze in quello stesso sistema di regole.
E
poi, nel passaggio alla post-modernità, quelle quattro figure – che con il
nostro artista un rapporto di parentela già ce l’avevano –
transustanziavano nella sua carne, mentre intanto, dall’avanguardia stava arruolandosi nelle
file dei contemporanei.
Quello
d’avanguardia era stato un eroe solitario, in esplorazione per indicare la
via. Era andato per sentieri sconosciuti tracciando la strada che il grosso
dell’esercito avrebbe poi percorso. Non aveva in dotazione verità alcuna,
sapeva cosa lasciava ma non sapeva dove andava.
Tutte
le verità erano possibili, ma tutte occorreva vagliarle per scegliere alla luce
di una modernità immaginata e fortemente desiderata.
Quell’artista
d’avanguardia anche quando faceva finta di ostentare una bandiera ne sapeva la
sua provvisorietà, utilizzabile appena per segnare una direzione, pronto a fare
marcia indietro.
Spesso
gli si è attribuita una sorta di perentorietà, una apoditticità sbandierata
nei proclami, nei manifesti che sembrava creassero un clima di guerra, di tutti
contro tutti. Ma quegli artisti avevano lasciato certezze, tradizioni, mestieri,
ruoli, perfezione della mano e capacità che li distingueva dagli altri; forse
per necessità di fronte alle nuove tecnologie, ma anche per scelta, per senso
di inadeguatezza di un mestiere superato dalla storia, tutto a spese proprie.
Era stata un’ecatombe di padri, un rituale feroce che aveva lasciato sul
terreno numerose vittime. E tra quelle vittime, come primi c’erano loro
stessi.
Era
stato necessario uccidere, come prima cosa, il padre introiettato, il padre
dentro di sé, e attraverso quel padre, la tradizione tutta di un mestiere che
tanto aveva dato al mondo, ma che anche tanto appariva compromesso con quello
stesso mondo ormai alle spalle.
Certo
per la seconda avanguardia, quella degli anni ’60, tutto era stato più
facile, la tragedia era ormai dietro l’angolo.
E
lo statuto dell’avanguardia sembrava ormai l’unica verità dell’arte
tutta, producendo cosi (forse) una delle ragioni per la imminente eclisse: di
vittoria senza alternative e conflitti si può anche morire!
Ma
in quegli anni la forzatura dei limiti della modernità ordinata, quella volontà
di mischiare le carte del possibile alla ricerca del futuro, si era messa a
flirtare anche con la nascente industria culturale, con l’intenzione ambiziosa
di condizionarne gli esiti, di trasformare, come ebbe a dire qualcuno, i
mass-media in mass-culture (Luca Luigi Castellano), facendo però sempre
in modo (o subendo, poco importa) di rimanere figura dello scarto, della
eccezione e della trasgressione.
E
così pur rimanendo fedele alla propria vocazione, l’avanguardia aveva
iniziato a praticare la forma del populismo.
Un
populismo che nella dialettica alto/basso, fino a un certo punto, aveva
privilegiato la contaminazione dell’alto con il basso, di
immettere nel basso elementi alti,
un’illusione intrigante che di li a poco si sarebbe trasformata
nell’esibizione del basso, vero spirito del tempo, come unico
parametro di riferimento.
Andy
Warhol fiutò l’aria, capì che il popolo, (specialmente negli USA, dove stava
trasformandosi in compratore e collezionista di oggetti d’arte) andava
accompagnato nelle proprie aspettative, o in quelle che credeva essere tali. In
una dialettica, conforme quando non anticipatrice del consumismo, fra induzione
e adeguamento ai desideri ridotti a piccole voglie.
E
così i suoi ritratti superficiali e pellicolari (la
definizione è di ABO), anticipazione in corso d’opera del populismo in
arte, manifesti del divismo hollywoodiano, spruzzati di una leggera patina
di modernità ed anticonformismo, erano esattamente quello che ci voleva.
In
seguito i tre minuti di popolarità, promessi a tutti, avrebbero fatto il resto.
Quel
traghettatore farà tanto bene il suo mestiere da diventare presto una sorta di
prototipo generalizzato.
Oggi
siamo tutti figli più o meno adottivi di A. W.
Infine
l’eroe di tante trasgressioni solitarie, l’artista d’avanguardia, si
avviava per strade conosciute e frequentate. Il grosso dell’esercito lo aveva
raggiunto.
Si
caro Pica, è proprio lui l’eroe di massa, il distillato della ricetta
Bauman, corretta con quel mio modesto suggerimento. Il prototipo, l’ideal
type del nostro presente, che diventando contemporaneo, da eccezione si
trasforma in regola.
Quando
quel distillato diventa figura centrale siamo ormai fuori da un sistema che
produce arte per approdare ad una società interamente estetica (sic!),
costruita intorno alle nozioni di libertà e felicità e quindi in un
tempo senza regole (la libertà e la felicità non ammettono regole) dove la
trasgressione avrà spazzato via la frontiera e i limiti entro i quali muoversi
per spostare tutto in avanti.
E
quel tempo si sarà forse trasformato in un eterno presente? Assisteremo così
alla fine della storia come ancora di recente, da qualche parte, Fukuyama ha
ribadito?
Ma
guardiamo, caro Pica, ancora più da vicino, perché mi sembra di scorgere
dietro l’assenza di regole qualcosa che si muove. Qualcosa che dice
sommessamente ma con determinazione:
tutto è permesso salvo…
Ed
è proprio l’arte post-moderna, l’arte contemporanea, l’attività che più
chiaramente, paradossale epitome di ogni produzione merceologica, dopo aver
sostituito il luogo della produzione con quella della circolazione e del
consumo, fino ad una vera e propria
sparizione della prima a tutto vantaggio delle seconde, si offre come perfetta
metafora della finanziarizzazione del mondo. Con il luogo della produzione
scompare, o almeno perde di centralità il produttore, nel caso specifico,
l’artista, a tutto vantaggio dei mediatori della circolazione. La filiera
circolatoria si arricchisce di molteplici soggetti. I veri artefici del successo
mondano ed economico dell’arte sono i promotori commerciali, il critico, il
gallerista, il direttore di museo, il battitore d’asta, il collezionista.
L’oggetto
d’arte nella sua specificità all’origine non è niente, diventa valore di
scambio nel passaggio in quella filiera e nel transito attraverso i luoghi
deputati (gallerie, musei, aste, collezioni prestigiose ecc.)
caricandosi così di valore e qualità.
Ogni
attraversamento ne determina una successiva acquisizione e riempiendosene a poco
a poco si trasforma da niente a prototipo assoluto di valore d’uso,
figura astratta della qualità guadagnata attraverso il suo valore di
scambio e non viceversa.
Diversamente
da prima, la nuova forma di aura,
ora ancella del potere economico, regala non più distanza ma identificazione
ravvicinata.
Quando
questa merce, pura e semplice, diluita nel tempo e nello spazio, pretende di
passare dall’essere parte a connotazione del tutto, a qualità distribuita –
indipendentemente dai singoli oggetti d’arte, ormai ininfluenti – su tutto,
cose e persone, siamo ormai definitivamente nel mondo dell’estetica diffusa e
aeriforme.
Cattalan,
in una intervista su La Repubblica del 1° aprile 2011, deve essersene accorto
e, forse tardivamente, dice: “Nel mio caso si tratta di un mercato ormonato
dove comunque non sono gli artisti a far lievitare i prezzi. Quindici anni fa
l’arte contemporanea non era così (?), oggi se non sei oggetto di
considerazione economica non vieni considerato di qualità”.
Affermazione che più chiara non è possibile. A correzione bisogna solo
retrodatare la data d’inizio del fenomeno, bisogna tornare indietro non di 15
anni ma almeno di trent’anni per trovare una situazione diversa.
Ma
non c’è solo lui, quello che appena poco tempo fa sembrava essere un
pronunciamento di lesa maestà, oggi comincia invece a sussurrarsi da più
parti.
Anche
A. Kiefer in un’altra recente intervista a La Repubblica afferma che l’arte
diventa così un passatempo divertente, al cui interno si può fare di tutto. I
risultati però non lasciano traccia. Si consumano immediatamente e si
dimenticano. Quest’arte non intriga più, è solo consumo (….) ma è tutto
il sistema dell’arte ad essere prigioniero della quantità, come mostrano i
musei alla ricerca del record di pubblico. L’arte rischia di essere soffocata
dal denaro e dai record.
È
la diagnosi di un artista che si accorge del definitivo passaggio dal mondo
della pura qualità a quello della quantità astratta.
Se
quindi, caro Pica, il mercato ha fagocitato tutte le eccezioni, se persino
l’oggetto d’arte è diventato per intero e definitivamente “merce”, come
si sarebbe detto una volta, allora significa che ormai il denaro è diventato la
misurabilità di tutto. Niente sfugge alla logica di tradurre la qualità in
quantità.
Grande
invenzione la moneta. Ma bisogna ridurre tutto alla sua misurabilità?
Quando
il denaro traghetta il mondo degli uomini e delle cose dal divenire all’uniforme
allora, ancora una volta, rientriamo nel regno dell’indifferenziato.
Tutto
è misurabile con lo stesso metro solo riducendo quel tutto fatto di diversità
e molteplicità ad una quantità astratta ed omogenea.
Altro
che pluralismo, un pluralismo di cose tutte uguali.
Caro
Pica, prima del regno di Re Denaro cose diverse avevano sistemi di misurazione
diversi: lo spazio con il metro, il
tempo con le ore, gli uomini con valori. Non solo il coraggio, l’onestà, la
bravura in qualche tecne,
che sono forse qualità di altre stagioni, ma neanche, sembrerebbe, con la
competenza, il carattere, l’orgoglio, il potere e la ricchezza guadagnata
senza scorciatoia (o almeno esibita dopo un certo tempo, quando almeno il
ricordo di quella scorciatoia è dimenticato).
Con
il denaro si realizza l’antico sogno della riduzione ad uno; della possibilità
di ritrovare nel regno dell’apparenza l’unità dell’assoluto, il senso
dell’essere nascosto nel non essere.
Nel
divenire l’immobile sospeso fuori del tempo e dello spazio.
E
così il cerchio si chiude. Eravamo partiti per ripulire le cose dal peso
dell’assoluto e ce le ritroviamo nuovamente cariche di un nuovo assoluto,
quello della quantità.
Risiamo
al punto di partenza?
Ma
non finisce qui, caro Pica, abbi ancora un po’ di pazienza.
Riordiniamo
un po’ le idee e facciamo una sintesi ed eventuali ulteriori chiarimenti di
quanto detto fino ad adesso.
Fra
gli anni ‘60 e ’70, in qualche modo, si riapre, per poi
concludersi velocemente, una storia, la storia della cultura
d’avanguardia come opposizione alle idee correnti. Parte con una ripresa in
salita dopo gli anni della ricostruzione, tra la fine dei ’50 e la fine dei
’60 per avviarsi poi ad un rapido declino nei ’70, quando, fagocitata dal
movimento della contestazione, prima perde specificità e quindi peso e
consistenza per poi lasciare spazio ad un altro tempo e ad un altro mondo.
Nel
mare di quel pensiero di opposizione si ritagliavano isole forti di
anticipazione del futuro e per esso del nostro presente.
Una
di quelle possibili anticipazioni è, come ti dicevo, quella superficialità,
come possibile rimedio alla polvere del tempo depositata sul “senso” e
quindi sugli oggetti.
Quella
aspirazione alla superficialità, che aveva come corollario una certa razionalità,
allunga oggi la propria ombra, come abbiamo visto, sulla descrizione che Baricco
fa del nostro tempo, e poi addirittura di un futuro prossimo: il 2026, quando
quella razionalità si accontenterà solo di funzionare
(come dice Woody Allen: basta che funzioni).
E
quella descrizione si serve di sostantivi astratti come (ancora!?) superficialità,
molteplicità, velocità, leggerezza. E qui forse potremmo chiamare in causa
un altro intellettuale, con un testo scritto all’inizio degli anni ’80,
Italo Calvino, che, in quelle sue Lezioni
americane, parlava di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità,
molteplicità, consistenza.
A
proposito del quale E. Scalfari, in un vecchio Espresso del 3/9/2009,
nella rubrica Il vetro soffiato – a commento di un articolo di Antonio
Scurati sulla stampa del 23 agosto 2009 dal titolo “Calvino aveva previsto
tutto e sbagliato tutto” – dice: “Calvino aveva previsto che la
letteratura del nuovo secolo e del nuovo millennio sarebbe stata caratterizzata
da sei requisiti: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità,
consistenza (…) questi sei requisiti (…) facevano parte della visione
moderna che Calvino aveva non soltanto della letteratura ma anche dell’etica
della politica e della conoscenza. Insomma della vita (…) Dov’è lo sbaglio
di questa previsione calviniana? Nel fatto che quei sei requisiti hanno avuto
negli ultimi vent’anni un’interpretazione e un’attuazione del tutto
diversi ed anzi opposta a quella prevista da Calvino, la leggerezza si è
trasformata in superficialità, la rapidità in pressapochismo, l’esattezza in
arida pedanteria, la visibilità in esibizione, la molteplicità in
trasformismo”.
E
come dagli torto, caro Pica. Lo dicevo prima, eterogenesi dei fini. Si intravede
una tendenza ma come quella tendenza si realizza, dove quella direzione porta
dipende da numerose cause.
Ma
quei requisiti, di cui parla Scalfari a proposito di Calvino, nella forma della
previsione ad ampio spettro, pur contenendo altro – quell’altro per cui
erano nati nell’immaginazione dello scrittore, ovvero requisiti per una
letteratura all’altezza della sfida al labirinto, annunciata fin dagli
anni ’60 – quando, seppure a malavoglia si adattano e si prestano all’uso
che questo nostro tempo ne fa, forse non possono essere considerati del tutto
innocenti.
Senza
immaginare colpe o responsabilità, ma sorvegliando invece i passaggi da una
sensibilità ad un’altra, da un principio generatore di comportamenti ad un
altro, da un punto di vista ad un altro, e infine da un sistema di necessità e
fatti, in grado di orientare scelte e soggettività ad un altro, sorvegliando
quei passaggi si raggiunge forse una maggiore comprensione del presente.
E
così muovendo a ritroso, dagli effetti alle cause, si scoprono due modalità,
che in parte ti ho già anticipate e che caratterizzano, sempre più, lo spirito
del tempo.
Modalità
ampiamente praticata da quella figura di artista contemporaneo, per come te
l’ho descritto: la libertà performativa e il populismo. La prima
intesa come possibilità individuale e solo soggettiva di cambiare le regole del
gioco come e quando si vuole, il secondo come modello che permetta a tutti di
sentirsi adeguati senza sforzo, ovvero la logica dell’audience
televisiva e dei reality.
Voglio
dire che non ci sono innocenti, che in ciò che succede siamo tutti coinvolti e
se non è vero che il reale è anche razionale, ha però in sé le ragioni del
suo essere reale, e in quelle ragioni ci siamo un po’ tutti.
Ma
a proposito del rapporto fra modernità e post-modernità, nella mia finzione
sceneggiata si fa avanti una nuova voce. M. Ferraris,
in un intervento intitolato “Dal post-moderno al populismo”
su Alfabeta2,
scrive:
“Prendiamo il primo e più importante degli assunti dei post-moderni (M. Ferraris assume tra i post-moderni anche Nietzsche, che
altri collocano al culmine della modernità, e quindi in questo caso moderno e
post-moderno ancora di più si confondono). L’idea cioè che la verità e
la realtà, il riferimento a un mondo esterno siano una nozione violenta e
dispotica, di scarsa utilità pratica e di ancor più dubbia difendibilità
teorica, visto che non esiste un mondo esterno cui riferirsi. In questo processo
al mondo esterno i post-moderni manifestavano una sincera volontà emancipativa:
verità e realtà sono nozioni ingombranti e vincolanti, si tratta di andare
aldilà di esse, e poi anche del soggetto della metafisica, e ovviamente della
scienza. Se si considera l’importanza della verità e della realtà
all’interno delle pratiche quotidiane (…) si sarebbe detto che un così
vasto disegno aveva sulla carta scarsissime possibilità di attuarsi, e invece
è proprio quello che è avvenuto per esempio quando Ratzinger ha potuto
servirsi della critica post-moderna all’oggettività scientifica per sostenere
che dopotutto la condanna a Galileo era giustificata.
“Un secondo nucleo del post-moderno era
l’idea che – in seguito al declino della verità – si tratta di non
aderire interamente alle proprie credenze, e di presentarsi come “teoristi
ironici”, che non credono fino in fondo a quel che dicono e a quel che fanno.
Anche in questo caso l’ispirazione di fondo era genuinamente emancipativa e
non violenta: le guerre di religione sono scatenate da fanatici troppo convinti
delle loro credenze, meglio prenderle con maggiore distacco. Ma le cose si sono
realizzate, per così dire, fin troppo, con leader populistici che comandano a
suon di barzellette, offrendo l’incarnazione (perversa o perfetta?) del
“teorista ironico” (….) ma chi mai avrebbe pensato che
si sarebbe governato con le comiche”?
E
qui la precedente domanda sulla innocenza di categorie formulate per usi
diversi, ma poi adeguate e/o travisate si fa urgente e pressante. Quelle
categorie sperimentate alla metà del secolo scorso, se non prima, nate come
modalità emancipative si sono forse trasformate, deformandosi in altro, senza
che ce ne siamo accorti?
•
Se ne è forzato il senso, sono state adattate ad un uso improprio ed usate a
fini non previsti e perversi?
•
Contenevano già in sé, tra le diversi possibili interpretazioni ed usi, le
ragioni della successiva deformazione?
•
C’è forse un’alternativa all’opposizione netta tra innocenza e complicità?
È
forse possibile immaginare che tutto ciò che la mente produce lo fa in un
contesto, e in quel contesto ci si può muovere in alleanza o in conflitto,
ma anche volando più alto e vedendo quindi più lontano. E quando si vede
lontano, non sempre si vede bene. La miopia può impedire la distinzione esatta
dei contorni delle cose. O anche si può vedere quello che si vuole o quello che
ci è utile nel contesto dato, immaginandolo come utile a prescindere. Saranno
poi gli occhi che verranno a vederne implicazioni e dettagli e i relativi esiti
nei nuovi contesti che quelle idee pure avranno contribuito a produrre.
E
allora caro Pica, proviamo a guardarlo questo nostro tempo attraverso quelle
categorie protagoniste delle Lezioni americane di Calvino, così come
sono state deformate secondo Scalfari nell’attuale realtà, ovvero la
superficialità, il pressapochismo, la pedanteria, l’esibizione e il
trasformismo (ed io tradurrei la consistenza in pesantezza e
arbitrarietà, sempre più ingiustificata,
del potere).
Per
come le ereditiamo sembrano esattamente forme del tempo dell’ideologia del
consumo. Quando questo non si presenta come uso, dei rapporti, dei ruoli, delle
cose, dei beni in genere – uso
che ovviamente non può essere eterno ma soggetto al degrado e quindi al
ricambio in tempi adeguati – ma invece ad un consumo che implichi e preveda
prioritariamente proprio quel degrado. Lo prevede, lo programma, bene al di là
di una fisiologia ma come ragione di un ricambio veloce, di una predisposizione
all’obsolescenza sempre più accelerata e rapida. Un consumo al quadrato, un
consumo del consumo (M. Cacciari).
Un
consumo quindi che è sostanzialmente corsa alla rottamazione, o meglio è il
consumo stesso, in forma di rottamazione continua, che lavora per la
sostituzione di nuovi prodotti attraverso variazioni che non nascono per
migliorarne la qualità ma per sostituirli, non soddisfazione di bisogni, ma
necessità implicita ad una macchina produttiva in continua espansione, in un
processo infinito, con il tempo, fra il prima e il dopo, che tende a contrarsi
quasi fino a implodere.
E
inoltre sui tempi e i modi di questo modello di società, che sposta l’accento
dalla produzione al consumo, si articola, contemporaneamente causa ed effetto,
interamente la vita degli uomini e delle donne. E così il tempo delle
relazioni, il tempo della preparazione alla vita stessa, dei mestieri, delle
professioni e infine il tempo fra il desiderio e la sua eventuale realizzazione,
tutto si accorcia con il rischio tendenziale della contrazione implosiva, salvo
poi diluirsi in un eterno presente senza storia.
La
pubblicità con cui negli anni ’80 si introdusse la carta di credito, quasi in
sostituzione della carta-moneta, a vantaggio prioritario delle banche, parla con
voce chiara e forte.
Lo
slogan era: togli l’attesa dal desiderio. Un’istantanea del nostro tempo.
Togli
l’attesa dal desiderio, goditela in ogni momento, sempre e a qualsiasi costo.
C’è solo un piccolo particolare di cui questa ideologia post-moderna non
tiene conto, oltre ai costi vari con la spirale debitoria: se al desiderio togli
l’attesa il desiderio scompare.
Il
desiderio vive di assenze,
non di non di presenze.
Lo
spazio che lo divide dalla soddisfazione è un po’ come un elastico: lo si può
dilatare o contrarre non oltre un certo limite,
pena un senso di frustrazione e di impotenza nel primo caso, di inflazione nel
secondo.
Anche
qui più che di desiderio è forse meglio parlare di piccole voglie incentivate,
che, secondo lo spirito del tempo,
sommate tutte insieme e soddisfatte, dovrebbero restituirci nientedimeno che la
felicità.
Ma
al di là e prima di poter mettere un confine alle voglie, la retorica del
primato del piacere, della soddisfazione immediata, della felicità a tempo
pieno è un’ideologia su misura dell’eterno fanciullo edonista, incapace di
porre un limite al principio di piacere per economizzare risorse da investire in
cultura e civiltà.
Se
non ricordo male, caro Pica, qualcosa del genere lo ha detto Freud.
Il
perseguimento di una vita fondata esclusivamente su gratificazioni di tipo
narcisistico, al limite dell’autismo, taglia fuori la possibilità di un
piacere attraversato dal dover essere come qualità del legame sociale, e
corre il rischio di invertire quel cammino che pure attraverso marce e
contromarce, avanzamenti e arretramenti, da sempre cerca la strada verso un di
più di civiltà.
È
un pensiero apocalittico? Ho idee confuse!
Potenzialmente
e in astratto sembriamo avviati ad un avvenire assai più ricco di molti passati
prossimi e remoti. Abbondanza di risorse, almeno qui in occidente (ma anche qui
non per tutti e spesso distribuite
in maniera troppo asimmetrica). Ma poche capacità di governo e, come per quei
giovani che guidando auto potentissime con scarsa esperienza di guida e poca
capacità di autocontrollo mostrano una propensione, spesso suicida, alla sfida
assoluta, rischiamo – sempre più
orientati verso un individualismo predatorio e consumistico – l’incidente
mortale.
Per
governare un processo di continua espansione dell’offerta occorre predisporre
una domanda crescente in maniera esponenziale. Una sorta di moto bulimico per
l’acquisizione indifferenziata di beni di consumo, effetto e causa di
quell’espansione.
E
qui, caro Pica, per meglio entrare nel dettaglio,
ancora un’altra voce. Con parole mie ti riassumo la tesi di uno studioso
americano, Benjamin R. Barber in Consumati - Da cittadini a clienti, sull’ipercapitalismo
americano, che, con qualche variante, si adatta bene anche alle società europee
e in particolare all’Italia. B. R. Barber sostiene che il capitalismo
post-moderno dipende, per il proprio successo, dal consumo accelerato, dalla
capacità di arruolare nelle file dei consumatori compulsivi fasce sempre più
ampie di popolazione. E,
quindi, alla ricerca infaticabile di domanda disponibile e con adeguate risorse
si imbatte nella necessità di stimolare, indirizzare e utilizzare al meglio due
movimenti convergenti del nostro tempo. L’infantilizzazione degli adulti da
una parte e l’emancipazione precoce – unita alla disponibilità di
considerevoli risorse economiche degli adolescenti – spinta sempre più in là,
fino alle soglie dell’infanzia dall’altra, mettono a disposizione del
consumo praterie di potenziali acquirenti facilmente governabili e
condizionabili.
La
tesi del libro è che l’ideologia del
capitalismo consumistico è radicalmente diversa da quella del capitalismo
protestante descritta da M.
Weber. Mentre la seconda era governata dal principio di autorità, dalla
gratificazione differita, dal risparmio, e dalla responsabilità individuale, la
prima, quella del capitalismo contemporaneo, è animata dal principio di
piacere, dalla gratificazione immediata del consumo, e malgrado le molte
petizioni di principio, dalla irresponsabilità individuale. Di modo che,
seppure la distanza tra ideologia e realtà ne impediva una fotografia del tutto
realistica,
la dialettica così è ma invece così dovrebbe essere del capitalismo
protestante, funzionava da possibile correttivo. Nel caso invece di quello consumistico l’identità fra
realtà e coscienza funziona da legittimazione del reale, risolvendo questa
volta nel concreto l’affermazione di Hegel secondo cui il reale è
razionale e il razionale è reale.
Ed
è proprio promuovendo e usando questa convergenza, dove l’io voglio ha la
priorità sul ci serve,
che le strategie di marketing producono bisogni artificiali alimentando pulsioni
regressive modulate sul profilo di un consumatore bambino. Adulti ridotti ad
adolescenti e bambini apparentemente e forzatamente emancipati ed economicamente
disponibili sono facile preda per un consumo governato dall’imperativo della
rinnovabilità continua e della espansione
tendenzialmente infinita.
Noi
qui, che Max Weber non l’abbiamo mai conosciuto, né
tantomeno l’etica protestante, siamo forse saltati, come pure qualcuno ha
sostenuto, dalla miseria della vita di campagna all’abbondanza dell’ipercapitalismo,
senza mediazioni, con un duplice salto mortale.
Un
attimo di riflessione,
caro Pica.
Mi
assale un dubbio.
Una
delle possibili obiezioni a questo tipo di ragionamento ha origine
nell’affermazione che il superfluo è un valore aggiunto della civiltà. E
cosa altro è il consumo abbondante, se non la strada che porta al superfluo e
ci allontana dalla scarsità e dalla miseria?
Sere
fa, caro Pica, discutendo affettuosamente del più e del meno con un amico,
seduti ad un bar in piazza dei Martiri, in sottofondo le reciproche biografie
intrecciate ai destini del mondo, la domanda che, ad un tratto,
mi sentii rivolgere, anche se sostanzialmente autoriflessiva, fu: ma oggi
siamo o no più liberi? Disponendo di maggiori possibilità – la tecnologia,
l’elettronica, l’abbondanza di consumi – almeno qui in occidente, siamo più
liberi e più felici di quanto fossimo prima?
Ci
pensai su e poi dissi: certo più liberi. Più felici chissà. Ma questa
abbondanza viene distribuita in maniera troppo asimmetrica. E inoltre, più
cresce, più crescono le opportunità e le potenzialità di tutti i tipi, più
c’è la necessità forte di una distribuzione equa. E poi questa libertà (e
questa felicità che forse c’è o forse no), ha costi a volte troppo alti, e
spesso questi vengono socializzati e i benefici privatizzati. Bisognerebbe
massimizzare i secondi e minimizzare i primi. Quei costi, caro Pica, sono in
fondo l’oggetto di tutte queste pagine.
Poi
la chiacchiera, come succede, andò per altre strade!
Adesso
però mi viene in mente un’altra possibile risposta: siamo più liberi (più
felici chissà!) a patto però di non dimenticare alcune regole improntate
all’interesse generale, e la possibilità di praticarle, perché in una civiltà
ipertecnologica, iperspecializzata, ipersettorializzata, tutti dipendiamo da
tutti.
Il
batter d’ali di una farfalla in oriente ha conseguenze in occidente.
Ma
per un attimo, caro Pica, facciamo finta di vivere nel migliore dei mondi
possibili, in quella profezia finalmente avveratasi di una
società estetica di cui alla fine degli anni ’50 (addirittura!) parlava H.
Marcuse, e guardiamola più da vicino questa libertà e questa felicità di cui
tanto si parla. Due stati dell’animo che pare si realizzino prevalentemente
sulle ali del consumo affluente da una parte e sulla potente ubiquità,
sull’enfatizzazione e sulla pubblicizzazione espansiva delle tecnologie
elettroniche (prima la televisione, oggi insieme a quella il computer,
con internet e tutte le altre diavolerie) di cui molti conoscono più o meno
vagamente le modalità d’uso, ma pochissimi i principi da cui tale uso ha
origine.
Non
c’è dubbio che il consumo abbondante e superfluo può dare piacere e
soddisfare voglie che prima non immaginavamo neanche di avere (e chi ci dice che
di nostro le avremmo avute?) ed è certamente vero che,
a differenza del passato,
il consumatore – avendone la possibilità, dettaglio non ininfluente – è
libero di scegliere fra infinite offerte.
Ma
scegliere fra una scarpa Timberland o una Tod’s o, diversamente, fra
un’autovettura
Ford o una Fiat, al di là della sostanziale omogeneità ed equivalenza dei
prodotti, è veramente un atto di libertà?
Cambiare
ogni tot anni autovettura,
rottamando la vecchia per la nuova, e fare così con i fidanzati e le fidanzate,
i mariti e le mogli (con un avvicendarsi in tempi più accorciati che per le
auto, forse perché costano meno. Ma non è detto almeno per mariti e mogli), ci
restituisce un di più di felicità?
Non
c’è ragione per nasconderci che poter comunicare in tempo reale con qualcuno
dall’altra parte del pianeta sia effettivamente una cosa strepitosa, che
spedire informazioni di ogni genere dovunque e in tempo reale amplifichi
enormemente il potenziale degli uomini. L’avevano già fatto con possibilità
molto più limitate il telegrafo prima e il telefono poi, ma il computer ha una
potenza di ben altra natura. Lo spazio e il tempo acquistano un altro
significato e un’altra dimensione. E forse non abbiamo visto che l’inizio.
Anche
se questo è tempo di paradossi, le distanze e il tempo relativo a superarle si
accorciano fino quasi a scomparire, ma in città a volte per percorrere pochi
chilometri ci si mette di più di quanto occorreva in altri tempi a piedi o a
cavallo.
Ed
è certamente vero che attraverso il computer molti e moltissimi acquistano una
identità pubblica. Anche questo era accaduto tramite la televisione ma (almeno)
bisognava passare attraverso un qualche filtro. Doveva esserci almeno una
qualche ragione di audience televisiva, per permettere
che ciò avvenisse. Con internet o cose simili tutti,
e dico tutti, a prescindere, possono accedere con qualsiasi cosa qualsiasi
prodotto della fantasia sana o malata che sia, alla visibilità pubblica.
Ma non finisce qui, l’intero pianeta è attraversato e governato da un
complesso sistema tecnologico, forse potrei dire che il mondo è un sistema di
sistemi di diverse tecnologie intrecciate e sovrapposte. Una sorta di sistema
nervoso che arriva dal centro all’estrema periferia per poi tornare indietro,
eliminando così contemporaneamente sia la stessa categoria di centro che quella
di periferia,
rese cosi intercambiabili.
E
questo aumenta a dismisura, rispetto ad un passato nemmeno tanto lontano, le
potenzialità e le possibilità degli uomini.
E
allora siamo veramente nel regno dell’abbondanza? Abbondanza di tutto, di beni
di consumo, di informazioni, di tecnologie e quindi di libertà? Ma se, in linea
di principio e non solo, l’abbondanza è meglio della scarsità, siamo certi
che questa abbondanza non abbia un costo forse eccessivo? E inoltre siamo sicuri
che anche l’abbondanza non abbia controindicazioni?
L’obesità
può portare alla morte.
Il
nostro tempo, caro Pica, si trova alla confluenza di due grandi processi che,
fra l’altro, spesso si incrociano e si sovrappongono: il consumo espansivo ed
opulento e la tecnologia elettronica con la sua potenza.
Per
un verso viviamo dentro un enorme e potentissimo sistema comunicativo, in tutto
e per tutto strumentale al consumo in tutte le sue forme (crisi permettendo).
Tutto è ormai comunicazione, si può dire, mass-mediatica. Dal sistema
dell’arte al sistema della politica, al sistema dell’informazione passando
per il sistema pubblicitario propriamente detto, che informa di sé e omologa a
sé, offrendosi come una sorta di metalinguaggio generale, una grammatica ed una
sintassi, su cui per analogia sono costruiti prima,
e tradotti e interpretati poi tutti gli altri.
E
così l’intero sistema comunicativo, tutto l’apparato simbolico di cui
ampiamente dispone la società contemporanea, nel suo complesso produce un
gigantesco spot pubblicitario, un’unica narrazione possibile elevata a
modello, che disegna un narcisismo banalizzato sottoposto
alla spasmodica ricerca di una ipotetica felicità a basso costo,
misurabile unicamente in termini di consumo e quindi di potere economico.
Sottolineo banalizzato perché c’è la possibilità, c’è stata in altri
tempi, e forse c’è ancora, di un narcisismo ad ampio spettro che si gloria di
un interesse rivolto verso gli altri, che ha come obiettivo gli altri. Un
narcisismo ed un egoismo lungimirante che conosce le ragioni della società in
cui vive e di cui oggi sembrano essersi perse le tracce.
Un
gigantesco spot che, attraverso la tecnica dell’espungere dal discorso
il principio di non contraddizione e superando definitivamente la logica del
terzo escluso, produce una rappresentazione apparentemente pacificata e
omologata. E così ogni significante,
simbolico o no,
rappresenta non uno ma molteplici significati,
spesso autocontraddittori, che si elidono tra loro risultando a somma zero
e realizzando così in definitiva, forse per vie perverse, le utopie degli anni
’60? (ti ricordi Robbe-Grillet? ma vatti anche a rivedere quello che dice,
a proposito della verità,
Ferraris su Micromega e, in risposta, le argomentazioni di Vattimo, che non
mancano di ragionevolezza).
E
d’altra parte assistiamo ad un enorme processo di travaso di competenze,
capacità, manualità, calcolo e conoscenza alle macchine elettroniche.
La
tecnologia da sempre è stata la nostra protesi. Con la meccanica abbiamo prima
potenziato e poi quasi sostituito gambe e braccia, oggi con l’elettronica
siamo passati alla testa ed al cervello, chissà se domani non li sostituiremo!
È
vero che abbiamo fatto questo fin dall’inizio, producendo quelle protesi che
servivano per migliorare le nostre prestazioni, il dubbio è che la quantità e
la qualità di queste ultime superi di gran lunga tutte quelle precedenti (un
antico dibattito, ritorno ancora indietro agli anni ’60 e mi viene in mente
quello che diceva un allora giovane ed integrato Eco in polemica con
l’apocalittico Zolla ne Il menabò 5). Lo abbiamo fatto per
potenziarci, per alleggerirci dalla fatica, per velocizzare qualunque tipo di
operazione, infine per semplificarci la vita. Oggi però, come conseguenza,
forse controindicazione, si produce una sorta di analfabetismo di ritorno,
moltissime cose (forse quasi tutte quelle) che sapevamo fare, che avevamo
imparato a fare, le abbiamo dimenticate, ne abbiamo imparate altre, ma quasi
tutti (se non tutte) relative all’uso della macchina. È la macchina che fa, che sa fare le cose, noi ci limitiamo
a chiederle cosa fare. È la macchina che sa quanto fa 5 per 4 o 10 diviso 2,
noi le chiediamo il risultato. E se le macchine sanno fare le cose e noi
sappiamo solo chiedergliele,
chi è che governa l’altro: noi la macchina o la macchina noi? E se oggi, con
qualche buona ragione, ancora possiamo dire che il pendolo oscilla a nostro
vantaggio, cosa succederà da qui a qualche ulteriore passo avanti?
Non
è che dietro la maschera della democrazia occhieggia, si intravede, la
tecnocrazia, un sistema fondato sulla superspecializzazione e parcellizzazione
di pochi. Pochi con conoscenze super specializzate e parcellizzate contro una
base larghissima di consumatori istupiditi e infantilizzati, inseriti nel
processo produttivo,
tutti nei ruoli del terziario e del quaternario, con mansioni sempre più
ripetitive e deresponsabilizzate, cresciuti nel mito dell’eterna giovinezza e
della felicità a colpi di consumo, da governare con quella mitologia che
elimina la distanza per far credere che siamo tutti uguali,
e che quella stupidità e infantilizzazione utilizza, dirige ed incentiva.
Una
descrizione apocalittica e da romanzo di fantascienza datato?
È
probabile – non lo nego.
Arrivato
fin qui, caro Pica, vorrei cercare di avviarmi all’uscita: alla conclusione
seppure provvisoria, ricordando alcune parole chiave che mi hanno accompagnato
in questo lungo sproloquio, ma che hanno accompagnato esplicitamente e/o
implicitamente la vicenda della produzione artistica da quando, dopo aver perso
definitivamente la forma come modello esemplare, obiettivo limite,
mediazione possibile fra essere e non essere, si trasforma in avanguardia,
affiancandosi da presso a tutte le utopie possibili e guardando, di volta in
volta, al passato o al futuro, al futuro in nome del passato e al passato in
nome del futuro. Quelle avanguardie,
mentre trovavano la loro legittimazione nella iconoclastia e nel rifiuto della
tradizione, in coppia con le utopie agitavano,
nelle opere o nei proclami,
vessilli di buone intenzioni, parole d’ordine per definire e raccontare sia la
terra sognata che quella da cui occorreva assolutamente allontanarsi.
Quelle
parole, di cui è disseminata questa lettera sopra o sottotraccia sono:
felicità, tempo libero, abbondanza, infanzia, innocenza, armonia,
estetica diffusa, piacere, libertà. Tutte belle parole, piene di speranza e di
voglia di trasformare il mondo e la vita. Tra
tutte queste parole ce ne era una non detta, un’idea inespressa, ma implicita
in tutte le voglie di futuro non solo delle avanguardie culturali ma anche di
quelle politiche. Quell’idea era dietro tutte le speranze teleologiche, e
dietro tutte le armonie auspicate. Una voglia di futuro che finiva però per
disegnare un confine netto. Una voglia di futuro che si chiudeva in un
presentimento impaurito dalla fine,
ma esorcizzabile nella speranza di un paradiso in terra. Nel passaggio dalla
trascendenza all’immanenza il paradiso della religione si era trasformato
nell’augurio di un tempo dove la Storia potesse trovare una sosta,
riposare all’ombra di un eterno presente che solo l’immobilità di una
qualche morte potrebbe restituirle. Di un eterno presente dove,
stanca della lunga galoppata che l’ha portata fin qui,
può finalmente fermarsi in un tempo senza tempo.
Era
forte la nostalgia, una nostalgia per un oggetto mai esistito in maniera
definitiva, solo sfiorato, solo immaginato, una nostalgia per la quiete, per
l’armonia della forma, per la riunificazione dei separati, degli estremi,
degli opposti, il sogno hegeliano di mediare fra spirito e mondo e forse del
primato dell’essere sulla tempesta del divenire.
E
così tutte le avanguardie e le culture del moderno,
sia che si ponessero contro con furore iconoclasta – resistenza del no al
presente e al passato – sia che ragionassero in termini di progettazione
possibile per un futuro diverso, avevano come retro pensiero un’idea tragica
dei rapporti con il mondo ed una voglia di fuga dalla storia con i suoi
conflitti a catena e le sue contraddizioni infinite e sostanzialmente
irrisolvibile in maniera definitiva.
Una
sconfitta generosa o una illusione fin troppo ottimista?
La
storia risolve meno problemi di quanti ne produce.
Ma
quelle parole che dicevano di una voglia di paradiso – di un paradiso fin
troppo simile a quello dove tutto era iniziato – oggi sembrano animarsi di una
presenza perversa al cospetto di un potere che racconta di poterle realizzare.
Un
abbaglio, un illusione, la pubblicità di quel potere nascosto che,
traghettando quell’illusione
fino a noi,
promette ciò che mai potrà mantenere?
Quella
voglia, insieme a quelle parole che l’hanno
rappresentata e raccontata,
ha forse trovato una realizzazione possibile nel nostro presente post-moderno,
ipercapitalistico, e consumistico?
Ma
qui questo interrogativo ripete pressappoco quell’altro dell’inizio con cui
avevo aperto e che poi mi ha accompagnato lungo tutta questa fin troppo lunga
lettera. Caro Pica,
così il cerchio si chiude portando la conclusione nei pressi dell’incipit.
Fuori del cerchio, in posizione tangente, un’affermazione o una domanda rubata
a un vecchio film che dice, cito a memoria, eravamo partiti con l’idea di
cambiare il mondo ma alla fine è il mondo che ha cambiato noi e le nostre idee,
adeguandole bene o male alle proprie necessità.
Ti
saluto
Antonio
Napoli,
1° ottobre 2011