ANNO 2011

Comunicato stampa evento: “MonoLogo”- personale dell’artista Marco Adinolfi.

Vernissage 11 gennaio 2011 - ore 18,00  
Pica Gallery – via vetriera 16 , Napoli
(Chiusura mostra 24 gennaio 2011)

Riceviamo e pubblichiamo il 29 Marzo 2011 dall'artista Marco Adinolfi

Quando a fine mostra Salvatore Pica mi chiese se a tempo perso avessi voluto  scrivere due righe sulla mia esperienza alla Pica Gallery, restai spiazzato perché era quello che stavo pensando di fare prima ancora che lui me lo chiedesse e quella era  solo una delle innumerevoli  coincidenze verificatesi in due settimane di assidua frequentazione.

Sensazioni, coincidenze e altri dettagli. Incontro con Salvatore Pica

Un pomeriggio di novembre di quelli che alle 5 è già buio, andai da Salvatore Pica per proporgli “MonoLogo” un  progetto espositivo al quale lavoravo da tempo , l’ultima delle mie ossessioni.

Le  mie Campanie Armate , prodotte in centinaia di esemplari  e varianti ai limiti della nausea,da più di cinque anni circolavano nel mondo dell’arte  ma …  non erano ancora  state esposte in un unico contesto , e  così. ..in attesa di una data certa in calendario,rimasi a lungo in “lista d’attesa” presso galleristi apparentemente entusiasti del progetto, sparsi  tra  Napoli ,  Milano e Bologna! Si.. in lista d’attesa come quando devi fare una tac o devi levarti una cisti al Cardarelli !   L’arte Contemporanea “racconta il nostro presente”(è Lapalissiano !) e quindi non è esente  da stress e sovraffollamenti.                                                                                                                                                          

Aspettando , aspettando…  ebbi il tempo di guardarmi dentro  per giungere ad una conclusione:  dopo undici anni di attività espositiva condizionata da tutte le leggi non scritte del Sistema dell’Arte e dopo  aver frequentato controvoglia  galleristi e personaggi arroganti  sempre pronti a dare giudizi dall’alto del loro potere “economico” più che culturale... “ mi ero veramente rotto le palle! “

Decisi quindi che da quel momento in poi, per non tradire me stesso non mi sarei più fatto fagocitare dalle dinamiche del  suddetto mondo ma avrei creato autonomamente ogni mio progetto lasciando aperte le porte a tutti coloro (operatori del settore e non) che si fossero entusiasmati e avessero voluto affiancarmi in quel percorso.  Forte di questa nuova consapevolezza , ma non per questo meno scettico e prevenuto del solito … mi diressi alla Pica Gallery per proporre il mio progetto espositivo a  quel Signore col cappello a falde  che incontravo sempre a ogni evento artistico/culturale della mia Città .Non avendolo mai conosciuto prima, di Salvatore Pica  sapevo solo aneddoti, quasi leggende metropolitane. Sapevo ad esempio che da molti è considerato “colui  che ha portato il Design a Napoli”,che  era stato amico del grande Lucio Amelio ,  che il suo negozio l’Ellisse più che un luogo deputato alla vendita di mobili fu un luogo d’arte e di cultura tra i più vivi della storia della nostra città , che non esiste architetto o persona del mondo dell’arte sopra i quaranta che non lo conosca, ci abbia avuto a che fare o che dovendo parlare di lui non lo apostrofi come “il mitico Salvatore”!

Spinsi la porta a vetri e la cosa andò più o meno così:                                                                                                          

M)  Buonasera, il SignorPica…?            

P) venga, venga … si accomodi!                                                                                                                                                     

M) piacere, mi chiamo Marco Adinolfi , vorrei proporle un progetto espositivo .                                                                 

P) un attimo che chiudo questa “mela” (E-Mail) .

Attimi di silenzio…                                                                                                                                                                            

M) Innanzitutto vorrei spiegarle un attimo io chi sono e cosa faccio.                                                                                      

P) Non Ci interessa, lei non mi aveva parlato di Un Progetto..? mi faccia vedere il progetto !

Immediato, sintetico, essenziale,  vero !

Chi fossi io o che avessi fatto prima, a Salvatore Pica non interessava ed era la prima volta nella mia vita d’artista che mi capitava una cosa del genere. Ero assolutamente d’accordo ma  per un attimo la cosa mi spiazzò.

 Aprii quindi sul mio portatile  le immagini che ritenevo più idonee alla comprensione del progetto. “L’ottimista” , “il segreto di Pulcinella”, “dove sono i Civili ? “ quando  apparve “Buona Fortuna”, il biglietto del Consorzio Unico Campania debitamente riveduto e corretto , Salvatore Pica fece una gran risata! Sculture, fotografie, opere grafiche, assemblaggi,  disegni... sapevo di poter contare su un lavoro bene impostato sia da un punto di vista tecnico che concettuale, ma avevo già avuto diverse esperienze di complimenti e incensamenti vari arenatisi prima dell’arrivo in porto perciò, pur avendo la percezione  di aver convinto il Signor P. in merito al  valore del mio lavoro, non mi entusiasmai più di tanto.

Seguirono diverse domande sul senso che avrei voluto dare alla mostra, sulle mie intenzioni / ambizioni legate all’evento finché non mi interruppe con un “basta, non ci stanchiamo...! per me potete chiudere il computer” .  Attimi di silenzio , altro spiazzamento . Pensavo : “ e adesso …?!”

P) venite accomodiamoci sulle poltrone, fumate?

M) no. Ah  … prima di chiudere le voglio far vedere solo un’ultima opera anche se è incompleta perché la  sto ultimando.

Aprii  “ Bufala doc” ( mucca truccata da bufala con tanto di corna posticce )- Pica sorrise, si fermò a pensare e disse:  “Sa, io mi fido molto delle sensazioni … mi lascio guidare dalle “sensations” più che dai ragionamenti”  mi disse che il lavoro gli piaceva, e che “la mucca” gli aveva ricordato i tempi di quando  era bambino e  abitando a  Montesanto  andava con la mamma ad  aspettare le vacche che “scendevano dal vomero” per comprare il latte.

Anche i miei genitori sono di Montesanto  , gli dissi. Che coincidenza! Provammo come si conviene in situazioni simili a trovare qualche possibile ipotesi di “conoscenza comune ” se non addirittura di parentela ma senza riuscirvi.     

P) Adinolfi , Adinolfi…ma vostro padre per caso è..                                                                                                        

M) NO ! mio padre era un operaio!

P) e dovete esserne fiero..! 

M) Fierissimo!! mio padre oltre a essere stato un valido operaio dell’Italsider , era un appassionato di libri  e da autodidatta si era costruito una grande cultura.

P) io sono stato molto vicino agli operai di bagnoli ho vissuto con loro il 68 ..anni importanti. (nuova coincidenza)

Musica jazz di sottofondo accompagnava i racconti e gli aneddoti che si susseguivano piacevolmente nella conversazione , Pica ed Io ci stavamo studiando.     

Il giorno dopo si fissò una data per la mostra – 11 gennaio 2011  , facevo ufficialmente parte del mondo surreale della Galleria Pica.

Già, surreale ..!  come definire altrimenti un “luogo” aperto alla multidisciplinarietà  che a detta dei suoi stessi “adepti” non si è mai capito come si chiami veramente:  pica gallery, picagallery (tutto attaccato), galleria pica  (all’italiana) , associazione culturale Pica ..?!

Le  Leggi del  “dio marketing “ che regolano il mondo contemporaneo parlano chiaro: I Brand (Loghi, nomi o marchi che dir si voglia …) sono l'identità di uno specifico prodotto,servizio o business ed in essi risiede la chiave del successo! Mentre tutti si dedicano ad analizzare i comportamenti e tendenze della società, Pica del “nome” non se ne preoccupa, anzi … sembra volerne fare a meno!

Surreale e Concreto! Si lo so, sembrano due termini antitetici ma sono perfetti per descrivere Salvatore Pica... un uomo , un ossimoro!

Emblematico fu il giorno in cui sotto sua dettatura, scrissi il biglietto d’invito della mostra, una sorta di pre-comunicato stampa:

..”Ecology-Art -  Marco, tipica generazione post-sessantottina ancora legata ad una pedagogia errata dell’impegno e della molteplicità, presentato da Salvatore Pica , esponente della catastrofica generazione del 68, con questa mostra si riscatta dai guasti della sua formazione pedagogica”.

Quando arrivati al punto   Pica mi chiese cosa ne pensassi … sollevai qualche perplessità sul fatto che “si riscatta dai guasti della sua formazione pedagogica” non si capiva bene a chi si riferisse se a me o a Lui.

In una frazione di secondo Salvatore Pica rispose: “ meglio, lasciamolo così … ambiguo”!

Straordinario (!) o forse “fesso io” che amante di Breton, Bunuel , della scrittura automatica e del surrealismo nonché fautore dell’incoerenza e del disordine..m’ero fatto ancora spiazzare dal “mitico Salvatore” che non soltanto in quell’occasione, mostrò di avere una mente molto più giovane della mia che di anni ne ho molti di meno.

Confesso, non ho ancora compreso esattamente perché Pica abbia visto in me e nel mio lavoro i postumi del 68 ne tantomeno perché abbia voluto dare all’evento una connotazione così marcatamente “ecologista” ma poco importa … le chiavi di lettura sono tante, perché fossilizzarsi nella triste coerenza..!?

Il Professor  Gennaro Bellavista, alias Luciano De Crescenzo, diceva che il mondo di divide in “uomini d’amore” e “ uomini di libertà” . Per Salvatore Pica invece l’umanità si compone di “Belve e Poeti”.

La Belva è uno pronto a tutto pur di avere successo e appagare il proprio ego. E’ determinato, spregiudicato, si serve degli altri. Il Poeta è passionale, condivide, partecipa. La Belva s’incazza, il Poeta No!

Pica vorrebbe ( o avrebbe voluto) essere Belva .. qualche volta ci prova ma proprio non ci riesce.

Se vi trovate nei pressi di via Vetriera 16  però, state attenti … c’è “un Poeta che morde”!

Firmato Marco Adinolfi

 

MARCO ADINOLFI: Ecco un giovane che lavora sull’identità e appartenenza. La sua profonda osservazione sulla sua  Campania, l’ ha spinto ad una visione che va oltre gli studi degli antropologi: “la fisicità di un luogo” determina  la psiche del popolo che vi abita e nell' assimilare la conformazione della Regione Campana simile ad una pistola, forse ci aiuta a capire da dove nasce tanta violenza nella nostra “Nobile Patria Natia”. Bravo Marco.

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GINO PALOMBA: Raccontare un' esperienza chirurgica, attraverso la pittura è operazione di eleganza e leggerezza. Gino è riuscito, con la sua mostra, a darci il suo dolore, ma anche la sua gioia di essere tornato tra noi, vivo e arzillo.

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VITTORIO PUGLIESE: Vittorio è l'ultimo rappresentante della generazione dei "leoni al sole", personaggi descritti dallo scrittore Raffaele La Capria, nel Suo libro FERITO A MORTE. Vittorio, creativo e poeta e fondatore del gruppo culturale "I Poeti del Gambrinus
Un pomeriggio lo incontro sull'autobus e parliamo del vecchio tema: "cosa fare per divertirci ?", tipico delle nostre generazioni, quelle degli anni '50/60 del secolo scorso; io subito gli proposi una sua lettura delle poesie del poeta Raffaele Viviani. Vittorio avrebbe amato leggere le sue poesie, di cui ha pubblicato diversi libri, ma accettò di buon grado Viviani.
Fu deciso una domenica mattina e poiché i suoi e i nostri amici probabilmente non sarebbero venuti per le poesie, inventammo la sfida socio-antropologica: "La corrente di pensiero di Positano contro la corrente di pensiero della Pignasecca" (mia patria natia!) Il successo fu assicurato anche dalla presenza di Massimo Lo Cicero, che fece un elegante distinguo antro-socio-psicologico tra Vittorio e il Pica, che dedicò la sua unica poesia a Roberta, figlia del mitico architetto Roberto Mango (Positanese DOC).

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ANTONIO FIORE: La mostra degli articoli erano finalizzati a una discussione pubblica su Etica, Forma e Comportamento, ma come lo stesso Fiore preannunciò sul suo giornale il giorno stesso della mostra, finirà tutto  “A Tarallucci & Vino”. Così fu.

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LE OPERE ESPOSTE SONO DEI SEGUENTI ARTISTI:

ANDRES DAVID CARRARA - F.LLI MAZZELLA - MARCO PALMIERI - GEPPY PISANELLI

LE TRE MOSCHETTIERE: La mostra fu da me voluta, in omaggio alle tre giornaliste free-lance, che, come carri armati recensiscono tutta la produzione artistica napoletana sul loro Mattino. Per un giovane artista debuttante leggersi sulla stampa è importantissimo. Non ho ancora capito perché la stampa cittadina non evidenziò l’iniziativa. Qualcuno dice che trattandosi di tre lavoratrici part.-time e non giornaliste regolarmente assunte, furono totalmente ignorate dalle colleghe e dai colleghi. C'est la vie!

 

 

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JAZZ & ASTRATTISMO: da registrare l’entusiasmo di Renato Barisani,  portatore sano della cultura del lavoro a Napoli, dove tutti parlano per non fare. Il giovane Bruno Patanè era alle stelle per essere stato accoppiato con Barisani. La sala-jazz allestita da Pica, passava in seconda battuta, il Manifesto dei 94 Mostri-Sacri del Jazz, fu molto apprezzato.

 

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COMUNICATO STAMPA

 Venerdì 8 aprile alle ore 18, presso “Pica Associazione Culturale” in via Vetriera 16, Napoli, si inaugura la mostra dal titolo:

 Personaggi in cerca di storie

 Diciotto opere, assemblaggi tridimensionali, sceneggiate fotografiche, situation photography di Mariano Grieco, create dalla rilettura delle sue foto di archivio perché, come lui stesso dice: “…sentivo che non mi bastava più, mi sembrava che i soggetti delle mie fotografie, interpreti in-volontari di un trentesimo di secondo che ci ha accomunato, mi chiedessero di essere riportati in vita, anzi ad una nuova vita che li svincolasse dagli stretti margini della loro quotidianità fatta di pellicola o carta, ormai storicizzata, per vivere avventure differenti, raccontare nuove storie con altri interpreti anch’essi desiderosi di altro e di altrove, magari chiamando a fare “comparsate”, o ad assumere un ruolo primario, personaggi di ben altri lignaggi e con ben più blasonate storie. Ed ecco che i personaggi, anzi, le persone, anche quelle finora marginalmente relegate nell’angolo di un fotogramma, chiedevano di essere liberate, forse sognando un’anarchia in cui tutti gli incontri e tutte le opzioni fossero possibili. Io non ho fatto altro che accontentarle, ma il mio tentativo di chiuderle in nuove storie dai margini conclusi non sempre riesce, quasi sempre qualcuno mi sfugge in un sussulto di anarchico protagonismo. Ed io lascio fare.” Opere che “giocano tra realtà urbana e immaginario codificato, linguaggio quotidiano e linguaggio aulico” (Mario Franco); l'ironia, la tessitura tra memoria e quotidianità, tra storia e cronaca, tra ritualità e laicità bastano a dare a questi lavori il senso di teatro proprio della vita, come suggeriva Stanislavskij. (Massimo Bignardi). “…Molto barocche, senza però caricare di accezioni negative questo termine ma come dato di fatto; di un barocco tipicamente napoletano, nel senso che sono delle messe in scena, una specie di teatro del sociale” (Giancarlo Savino) teatralità che risponde esattamente all'esigenza dei personaggi, che lasciando la loro vita di celluloide, concorrono, insieme ad altri personaggi, a raccontare nuove storie interpretando se stessi, in una trama diversa e corale, dove il proprio ruolo si esalta con il ruolo degli altri in un grande gioco di equilibrio.“…Ma e' veramente necessario l'equilibrio per contemplare una realtà filtrata e ricostituita dal prisma del linguaggio poetico? C'e' bisogno di scomodare surrealismo e metafisica per costatare che l'inattesa armonia degli elementi in visione (in scena forse, ma per fortuna senza artificio di partenza, forse solo in fase di invito a guardare) stanno così bene insieme, si incastrano così "naturalmente" (per noi) e stridono tanto inevitabilmente tra loro col pericolo di credere per qualche istante che è quella la vera realtà e non quella che ci gira attorno che guardiamo differentemente o indifferentemente o solamente meno…” (Donato de La Rochelle). Mariano Grieco, classe 1946, napoletano, fotografo ed editore, in gioventù, per molti anni, si è occupato di fotografia in modo professionale, prima come fotografo di noti artisti, prevalentemente scultori, forse retaggio dei suoi studi all’accademia di belle arti di Napoli dove è stato allievo di Emilio Greco e di Augusto Perez, e poi, trasferitosi a Roma, come fotoreporter free-lance, attività quest’ultima che lo ha portato a viaggiare in Italia ed in Europa per la realizzazione di fotoreportage su tematiche essenzialmente, se non esclusivamente, sociali. Nel corso di questa attività ha raccolto un archivio notevole di immagini che poi, per i vari accadimenti della vita, è rimasto pressoché inedito ed inutilizzato. Dopo una lunga parentesi di varie professionalità svolte a Napoli, in cui si è dedicato alla foto pubblicitaria, all’organizzazione e allestimento di mostre d’arte, e all’editoria (ha fondato e diretto il periodico di cultura e turismo alternativo Campania Felix, sua attuale attività), si è trasferito in un antico casale immerso in un uliveto secolare in provincia di Salerno dove vive e lavora.

 La mostra resterà aperta fino al 23 aprile

 

MARIANO GRIECO

MARIANO GRIECO: Con questa mostra ha avuto il pregio di riattivare tutta la generazione del ’68, quando competenza e impegno sociale era tutt’uno. Da anni tutti chiedevano di Mariano, editore anche della rivista CAMPANIA FELIX, ma pochi sapevano che si era ritirato felicemente nel Cilento Mediterraneo con la sua compagna Sayonara. La sua mostra è stata un raduno alla WOODSTOCK dove gioia e piacere di stare insieme hanno dominato lo spirito della sua serata.

 

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L’amico Gigi caldeggiò una mostra di pittura del giovane Nabil, che si presentò accompagnato dalla sua Principessa Sissi, degna esponente di una nobile bellezza femminile Mittle-Europea. Lui pittore mediterraneo interdisciplinare, lei video-regista che filmava tutto e tutti. Lui si innamorò del tramonto d’oro di ISCHIA e i tre quadri che partorì su quella emozione ricordava molto la sua Nobile Patria natia, la Tunisia. Lunga – lunga vita a Nabil e alla bellissima Principessa Sissi.

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Intervento di Francesco:

Se è vero, come sostiene Cartier-Bresson, che esiste un istante preciso, irripetibile, in cui ogni fatto disvela il suo significato allo sguardo, e che quindi l'abilità del fotografo sta proprio nel raggelare l'attimo, renderlo fotogramma, senso pieno, riprodotto e riproducibile, allora si capisce perché l'inquietudine di Massimo Baldari trova conforto nell'inseguire uno scatto. Mettere occhio testa cuore sullo stesso asse, dice ancora Cartier-Bresson. Più ancora che nel giornalismo, il mestiere fatto per oltre trent'anni – al Mattino dopo gli esordi al Roma - come un dilatato giorno intessuto d'impazienza e furore, sembra che proprio qui, nell'amore lungo per la fotografia, una passione coltivata con pazienza nel solco della discrezione, l'autore recuperi pienezza di sé in rapporto con gli altri. Cercando con cura e tenacia quel solo istante, appunto quell'attimo che spiega il mondo attraverso l'io fibrillante che si dilata sulla vita, rivelando insieme la forza e la fragilità delle persone, la bellezza e la mutabilità del paesaggio, la sua storia, ogni intima contraddizione restituita nuda, essenziale allo spirito dell'uomo. Per dirla con Wim Wenders, la fotografia è intrinsecamente legata al desiderio di esperienza e conoscenza. Esperienza e conoscenza che per Baldari si fondono in linee precise, rigorose, in visioni che squadrano l'universo, suo e nostro, lo sezionano, perché venga fuori il punctum che dà a Roland Barthes l'impressione di una puntura, di una ferita, di una frattura, come elemento che infrange l'armonia dello studium perché emerge folgorando. I capricci, la caducità, l'essenza dei gesti e delle cose, insomma: Baldari prima che vederli, i gesti (e i volti - come sono espressivi, specchio di una umanità altra a cui quotidianamente tendiamo, quei bei volti a lui e noi familiari) e le cose (d'artificio o naturali), pare ascoltare in tensione il soffio che lasciano. Prende le misure, ne avverte il battito e il respiro, attende che la luce posi la sua mano con risolutezza o compassione, leggendo persino nelle scorie del quotidiano i segni minuti ma irriducibili della contemporaneità. Tecnicamente impeccabili, mai però frutto di un procedimento in cui la tecnica prevale sulla intima soggettività del vedere, le immagini di Baldari hanno così un doppio potere: ci emozionano attraverso l'impeto dello sguardo, che rende acuto il particolare sgraziato e solo in apparenza irrilevante perché poi rivelatore del nostro universale; ci restituiscono il peso calibrato di un'arte cui “paradossalmente – come scrive lo studioso Franco Vaccari – viene delegato il compito di favorire il recupero di quella fisicità messa in crisi dall'estendersi delle realtà virtuali”.

C'è un'altra vita che scorre al di là delle nostre convenzioni, c'è un angolo differente ma privilegiato da cui osservarla, e la visione di Baldari va oltre il perimetro della vulgata, della cascata di immagini da cui siamo quotidianamente travolti come onda che non si placa. In questo suo prodigarsi nel tempo, e persino oltre il tempo, l'autore dà valore, in sé ultimo, al paesaggio. Il tradizionale, l'urbano, lo storico, il folklorico: in ciascuno cercando non l'insieme delle cose che si mescolano e si appiattiscono, ma il punctum, appunto, il taglio disturbante, qualcosa che ci conduca all'assoluto. Con una mano di nostalgia per quanto poteva essere e non è stato, come un Tarkovskij o un Wenders, utilizzando per lo più il bianco e nero che dà agli scarti dell'esistenza, ai loro naufragi, alle loro derive, un tanto di rigoroso (nelle linee e nella struttura) e di magico (nel riproporsi alla nostra attenzione attraverso il filtro di un occhio che non s'arrende). Così il luogo dove sono anche simbolicamente depositati i coaguli della modernità non può che essere Bagnoli, archeologia di un sogno industriale a termine, chiuso in spianate di terra e ruggine dove in passato c'era fuoco e oggi polvere. Il cielo di nuvole bizzose fa da coperchio agli scorci di un mondo che adesso ci appare preistoria ma che conserva una dignità umile e profonda perché dentro – racconta Baldari – resta attaccata la carne viva degli operai. Quanto di futuro qui si è presentato, persino nella sua incompiutezza e nelle sue contraddizioni, ha luci, fessure, geometrie che ci rivelano la traccia di un passaggio d'epoca lungi dal compiersi definitivamente, e di questo Baldari ne è cosciente, come a tenerci desti, vigili su quanto sarà. Il colore esplode poi nei graffiti, così che il contrasto appaia ancora più palese, recuperando in altre forme e in altri cromatismi l'aritmia dell'esistere. La stessa opera di estrazione della vita dalle pietre solo in apparenza morte (o dai legni: delle barche o residuali depositi di mareggiate invernali) viene condotta a Capodimonte, Pizzofalcone, in altre zolle e anfratti della Napoli antica, a Pozzuoli, Baia, Ercolano, Miseno, Cuma. Anche le rovine pulsano se pure noi siamo capaci di auscultare quest'andamento: Baldari scruta, analizza, scandaglia, mosso da un moto osservativo che si spinga oltre la contemplazione, ma sappia ricavare dalle cose il loro nesso con quanto si muove dentro di noi. Perché poi c'è una disciplina, un rigore al quale l'autore si attiene: tanto smanioso nella ricerca del momento quanto scrupoloso nella scelta. Al clangore della quotidianità Baldari oppone il silenzio, mai oppressivo ma dilatato e congelante, delle lacerazioni di ciò che ci circonda e si ammassa ai lati della nostra strada, salvo poi placare le sue e le nostre ansie attraverso ritratti familiari che ci spingono alla tenerezza o lanciandosi in tramonti su isole e coste che abitano il nostro desiderio di requie.

Un artista canadese, Jeff Wall, divide i fotografi in due categorie, i cacciatori e gli agricoltori. I primi – sostiene – catturano le immagini dopo averle scovate; i secondi le coltivano nel tempo. Baldari sa essere cacciatore e agricoltore: assecondando gli istinti e attingendo alla tecnica per posare con levità e discrezione la sua mano su ciò che è oltre, per rendere visibile ciò che nell'immediatezza è un non visto. C'è brace sotto quell'apparente freddezza: proprio com'è Massimo, uomo e fotografo di inquieta dolcezza.

MASSIMO BALDARI: Un velo di tenerezza ha coperto tutto il periodo della mostra del Baldari.Massimo si presento con il suo book di foto, una mattina di primavera; in galleria eravamo io, Checco Moroso e il Prof. Renato Barisani che subito apprezzò il significato “oltre” dei lavori di Massimo. La decisione di fare la mostra fu subito presa. La discrezione di Massimo nel presentare le sue foto ci colpì positivamente; in un epoca di belve, il poetico Massimo sembrava un teen-ager alla sua prima mostra, ed il bello, che Massimo con i suoi sessant’anni non aveva mai fatto una mostra e da quel momento aiutato dalla Sua compagna Rita, mise in moto i motori e con l’aiuto della Rita, costruì una mostra degna dei grandi fotografi di un’epoca che fu, quando la foto era sociologia e letteratura.

Salvatore Pica

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PICA Associazione culturale

Eleonora o della memoria metropolitana e della discrezione. Debbo a Lei il mio “essere scrittore”. Quando Eleonora dirigeva il giornale PAESE SERA, mi telefonò e mi propose di curare una rubrica settimanale sulla notte napoletana. Non avevo mai scritto se non lettere commerciali. Accettai a condizioni che Stefano de Stefano avrebbe corretto tutti i miei errori grammaticali e così nacque la rubrichetta “La notte è dura ma non ci fa paura” e la cosa mi piacque a tal punto che dopo la chiusura del Paese Sera, continuai con altri giornali locali a scrivere e pubblicai “La donna napoletana divisa per quartiere” – “Il Maschio napoletano divido per mestieri e professioni” – “I Notturni napoletani”.. Grazie Eleonora

 

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STEFANIA CICCARELLA: Stefania si presentò da noi in nero e minigonna con cale a rete, il suo look citava Barbara Streisandi di New-York, ma per noi s’avvicinava più a Yonne Sanson di Amedeo Nazzari nel film “Catene” con una punta alla Anna Magnani di “Roma città aperta”. Ci propose il suo segno grafico <un’Avatar al femminile> e ci parlò della superiorità della donna oggi, l’idea convinse tutti noi e grazie alla presenza del Prof. Lucio Rufolo, si parlò anche della fine del Maschio. Stefania arrivò con i suoi due figli che la sostennero moralmente per tutta la serata, serata di sensazioni caldissime. I figli e gli amici  quella sera stessa, fondarono il MiniClub “I fan’s di Stefania”. La serata fu piacevolmente terapeutica per tutti noi. Contro la depressione della vita moderna, vieni alla mostra di Stefania.

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Ingegnere chimico con lavoro in Svizzera. Ha nascosto al mondo intero il suo essere pittore, ma arrivato sotto i sessant’anni debutta alla Picagallery con le sue opere caratterizzate da un linguaggio estetico che attraversa molte correnti artistiche. Il suo vernissage è stato piacevolmente elegante.

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IRINA: Due anni sono serviti alla Picagallery per invogliare  Irina, giovane ucraina, a fare da noi una mostra di pittura. La sua pittura ci fa immergere in un mondo di fiabe che ci ricorda le icone russe trattate con una poetica adolescenziale.

 

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Architetto con moglie architetta. Prima di dichiararsi pittore, ha frequentato la nostra galleria per ben due anni. Diventò nostro socio per sua scelta e volontà. Il team Pica ha sempre apprezzato la sua discrezione. Piacevolmente e stranamente al suo debutto erano presenti architetti napoletani sempre protesi alla propria professionalità.

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Un vecchio rapporto culturale ci lega da più di trent’anni. Peppe nacque come portavoce poetico dell’underground napoletano attraverso la forma teatrale. Debuttò come scrittore, sulla rivista La Voce della Campania, allora diretta da Michele Santoro e oggi debutta come pittore alla Picagallery diretta da Salvatore Pica.

 

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